Statualità e centralismo in Italia
Estratto da: Ettore A. Albertoni, Statualità e centralismo
in Italia, in AA. VV., Stati e Federazioni Interpretazioni
del Federalismo, a cura e con introduzione di Ettore A. Albertoni,
Collana Dottrine Politiche, EURED, Milano, 1998. Il testo qui riprodotto
appare tra le pagg. 172 e182.
Le parti in grassetto (titoli esclusi) non fanno parte del
testo originale né hanno riferimento alle opinioni dell'Autore
del brano, ma sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione
di questo web.
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]
I.2 Il trasformismo politico
Accanto al problema dello Stato esiste, poi parallelo ma non certo
secondario quello concernente i reali contenuti ed i concreti risultati
offerti dal nostro orizzonte dottrinario politico quale è venuto
a formarsi ed a svilupparsi a partire dal secolo scorso. Quest'ultimo,
come si è già visto, è stato fondamentale dal
punto di vista della fondazione della nostra cultura politica ed istituzionale.
Occorre, dunque, in primo luogo avere una vigile attenzione, proprio
perché stiamo trattando di dottrine politiche, della loro storia
e dei loro sviluppi istituzionali, al nesso che collega sempre la
"progettualità" ideale e la sua traduzione nei fatti
costituzionali del potere e dello Stato. I livelli teorici e dottrinari
di ogni progettualità politica sono, infatti, stretti parenti
dell'"ideologia" ma da essi deriva anche il "pragmatismo",
cioè la verifica pratica dei risultati nelle istituzioni storicamente
affermatesi. Al riguardo è necessario guardare senza conformismi
alla nostra storia dottrinaria e politica dell'Ottocento.
I.2a Il mito dell'unità. Mazzini
Dalla "preistoria" degli anni della Restaurazione (1815-1830),
fatta di congiure carbonare, tentativi di alleanze con i sovrani,
convulsioni antiaustriache, si staccò e si affermò a
partire dal 1831 la progettualità unitaria, repubblicana
e religiosa di Giuseppe Mazzini (1805-1878). La fratellanza segreta
e militante che egli fondò e diresse da quell'anno (Giovine
Italia) pose in termini ardenti il tema dell'indipendenza nazionale.
Nel clima passionale dell'età romantica e nel risveglio delle
nazionalità e delle identità (dall'America latina alla
Grecia, dal Belgio alla Polonia), Mazzini assorbì dottrinariamente
l'influenza ultragiacobina, unitaria e insieme insurrezionale nel
senso dell'effettivo ricorso alle armi e alla violenza come mezzi
d'azione politica di Filippo Buonarroti (1761-1837). [
] Ma su
Mazzini operò anche l'influenza rigorosa, di stampo religioso
ed etico dell'insegnamento del teologo olandese Cornelius Jansen (italianizzato
in Cornelio Giansenio (1585-1638); da lui derivò la dottrina
detta giansenismo), che gli proveniva dalla madre. E ancora: l'insegnamento
pedagogistico e di riforma religiosa propria della Scuola Chiesa di
Claude Henry de SaintSimon (1760-1825) allora in piena ascesa in Francia
ed in Europa. La cultura e gli ideali del patriottismo mazziniano
che ebbe un ruolo rilevante nella formazione della nostra sensibilità
politica e civile si costruirono attorno alle formule totalmente ideologiche
dell'unità e della repubblica, nonché a quella della
"missione" assegnata da Dio ai popoli. Secondo questa dottrina
toccava al popolo italiano (unito e repubblicano) edificare la Terza
Roma (dopo quella storica e quella papale). Il fine ultimo di questa
progettualità mazziniana era quello di liberare e unificare
l'Italia sotto lo scettro di questa nuova Roma rigenerata e purificata
dal punto di vista morale al fine di assicurare il progresso dell'umanità.
"Dio e popolo" fu la sintesi ultima e il "credo"
basilare e ricorrente del pensiero mazziniano.
Questa grande tensione etico-politica del pensiero e dell'azione
mazziniani ignorava, però, a causa della sua visione messianica
tutta costruita "a priori" e sulla pura forza della volontà,
gli autentici dati storici e cruciali del problema italiano. Anzitutto
le grandi diversità dello sviluppo economico, delle condizioni
sociali e culturali, delle stesse gravitazioni extra territoriali
per le quali Toscana, Lombardia, Veneto e Ducati padani, guardavano
piuttosto a Parigi, Londra e Vienna anzicché a Torino e a Napoli.
C'era, inoltre, l'assenza di una storia accomunante, fatto salvo (con
l'eccezione della Sicilia e Sardegna) il piuttosto breve, anche se
assai intenso e positivo, periodo francese-napoleonico (1796-1814).
Né, infine, i problemi che poneva la presenza e l'influenza
a Roma centro ultramillenario della cattolicità del Papa, capo
spirituale di una grande Chiesa universale e, al contempo, sovrano
temporale ed assoluto, potevano essere risolti solo con l'instaurazione
di un'altra Chiesa umanista e laica sostitutiva di quella tradizionale
e dogmatica.
I.2b Le progettualità sconfitte (1830-1849)
Accanto a Mazzini, ma anche a seguito della sua infuocata predicazione
che aprì, comunque, un orizzonte di pensieri e di azioni sino
a lui mai prima reso così chiaro e così altamente finalizzato,
fiorirono altre e distinte "progettualità" [tra gli
altri: Gioberti, Cattaneo, lo stesso re Carlo Alberto, Manin]. Esse,
tuttavia, resero manifeste le loro carenze proprio sotto il profilo
del mancato collegamento tra il livello ideale e teorico (ideologia)
e la capacità realizzatrice nel fuoco della breve e rivoluzionaria
stagione combattente del 1848~49.
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]
I.2c Il realismo vincitore. Cavour
Dalle vicende poco sopra ricordate emerge, a mio avviso, l'inadeguatezza
di tutte le progettua1ità "maturate tra gli anni '30 e
il 1848-49. La sostanziale inconcludenza era in chi come Mazzini pensava
che l'enfasi e il messianesimo del pensiero, variamente combinati
con la generosità dell'azione e con il sacrificio sino al martirio,
fossero le forme moderne, religiosamente ed eticamente "pure",
della nuova partecipazione politica e della conquista del consenso.
Un anacronismo accompagnava il neoguelfismo confederativo di Gioberti
costruito in funzione di una statica ed amministrativa conciliazione
delle esigenze di unificare e rendere indipendente l'Italia e la mai
risolta posizione del Papa-Re (pastore universale d'anime o monarca
assoluto di un arretrato e disastrato Stato italico?).
Era eccessivo anche l'anticipo sui tempi espresso dal pensiero di
Cattaneo borghese, democratico e laico che voleva costruire nuovi
ordinamenti federali basandoli per l'Italia padana e lombardo-veneta
su "un consenso libero ed onorevole" per il quale riconosceva
come soli modelli l'Unione americana e la Confederazione svizzera.
Due realtà politiche ed istituzionali che erano espressione
di costumi, di valori e di volontà assai diversi da quelli
italici della metà del secolo XIX.
In tanta incertezza ideologica e nell'assenza di qualsiasi risultato
si affermò il pensiero liberale e liberista di Camillo di Cavour
(1810-1861), il vero artefice dell'unificazione italiana. Il
suo liberalismo politicamente "moderato" e, quindi, flessibile
e conciliante di netta derivazione dalla cultura e dal costume politico
proprio dell'età di Luigi Filippo d'Orléans (1773-1850),
il borghese "re dei francesi" si collegava dialetticamente
alla cultura etico-politica rigorista di un certo calvinismo
ginevrino con il quale lo statista aveva avuto e conservava tanti
legami di carattere personale, familiare e culturale. Duttile su molti
piani ed in molte circostanze Cavour fu, invece, risolutissimo nell'affermare
il diritto dello Stato costituzionale e rappresentativo, ormai instaurato
in Piemonte ed ivi conservato anche dopo la sconfitta militare del
1849, contro il secolare regime di privilegio della Chiesa cattolica.
Altrettanto risoluto fu nell'opporsi al "socialismo", che
per lui significava "livellamento delle fortune" e "omnipotenza
statale", e nell'affermare le ragioni del libero scambio e dello
sviluppo economico e scientifico. Inoltre la fedeltà alla Monarchia
sabauda era per Cavour un valore assai diverso dal tradizionale lealismo
legittimistico e dinastico. Essa significava per lui poggiare la sua
progettualità ideale e politica su uno Stato
organizzato, su un esercito, una diplomazia, un'identità
condivisa e piuttosto solida del popolo piemontese. Questo pensiero
politico che conosceva bene quanto avveniva in Europa, fuori dall'arretrato,
provinciale ed ancora feudale Piemonte si collegava come, invece,
non seppero fare le altre proposte, alla realtà dell'esistente
potere statuale piemontese. Inoltre, sapendo Cavour muoversi con scioltezza
di autentico statista sia nelle lotte parlamentari per la modernizzazione
e liberalizzazione del Piemonte, sia nel contesto europeo, egli nel
corso di un decennio rovesciò completamente i disastri del
1848-49 e condusse all'unificazione nazionale del 1861.
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Preme, però, sottolineare che questo embrione di Stato moderno
che, alla fine, venne alla luce in Italia ebbe l'impronta di Cavour
e, comunque, ebbe sin dalle origini caratteristiche formali d'importazione.
Esso fu, sostanzialmente, l'adattamento, al Piemonte prima
e allo Stato unificato poi, della versione liberal-moderata delle
istituzioni francesi e belghe degli anni '30. Lo stesso Statuto
fondamentale concesso da Carlo Alberto nel 1848 (e sostituito
solo dalla Costituzione della Repubblica nel 1948) fu
elaborato in pochissimi giorni e rispecchiò appieno questo
orientamento.
I.2d L'integrazione liberale (1861-1922)
Fu in questo modo che il Regno d'Italia assunse i caratteri di una
monarchia costituzionale e di uno Stato "di diritto" secondo
il modello inglese. La politica si affermò e si fece in un
sistema parlamentare fondato sul suffragio ristretto di pochi elettori
che pagavano una piuttosto elevata aliquota di imposte (suffragio
censitario). L'amministrazione e l'apparato del nuovo Stato furono,
invece, un'imitazione fin troppo rigorosa del modello napoleonico
per quanto riguardava leggi ed uffici. Data la grande fragilità
economica delle diverse e molto eterogenee società unificate,
il dissesto finanziario ereditato dagli Stati precedenti e quello
derivante anche dalle enormi spese militari per le campagne del Risorgimento,
lo Stato si pose da subito non come un arbitro, mero regolatore della
vita autonoma della società e degli individui che la formano,
ma come il principale se non l'unico centro attivo e reale di integrazione
economica e culturale.
In questo ordinamento istituzionale il cuore politico fu subito il
Parlamento; in modo particolare la Camera dei deputati che era elettiva
(legittimata, quindi dalla sovranità popolare) mentre il Senato
era nominato dal Re. Fu, dunque, in Parlamento che le forze politiche
concordarono costantemente e d'intesa tra loro la reciproca convivenza
e l'esercizio del potere secondo un rigido centralismo statalista
e, poi, governativo.
Nonostante lo Statuto prevedesse un sistema parlamentare "classico"
secondo il "modello Westminster", britannico, si impose
subito la prima manifestazione di quella propensione a formare "Costituzioni
in senso materiale" che ho già illustrato e che da sempre
ha accompagnato la nostra vita politico-costituzionale. Vi fu, quindi,
il predominio effettivo di un regime parlamentare "puro"
rispetto alle stesse norme dello Statuto. Il modello realizzato della
forma di governo fu al di là della esteriorità quello
francese della Terza Repubblica nel quale la Camera dei deputati era,
oltre che espressione del potere legislativo, l'istituzione politica
che col suo voto decretava o meno la fiducia ai governi, il vero centro
del potere nazionale. Si trattava di un correttivo molto rilevante
rispetto all'importata ma non assimilata modellistica costituzionale
britannica e belga.
Inoltre un'essenziale correzione "di fatti" si ebbe a proposito
del "sistema politico". Esso si caratterizzò, sin
dal "connubio" (1852) tra Cavour e Urbano Rattazzi
(1808-1873) che consentì a Cavour di assumere la carica
di Primo Ministro, per la sua costante tendenza al compromesso
tra forze politiche opposte. Esattamente il contrario del Two
Party System che è intrinseco al modello britannico con la
sua alternanza rigorosa tra due partiti, con la rigida contrapposizione
formale e riconosciuta tra governo ed opposizione ma anche con la
sua assoluta lealtà nei confronti delle "regole del gioco"
pienamente accettate.
Il "trasformismo" di Agostino Depretis (1813-1887),
che consentì alla Sinistra storica (già mazziniana,
garibaldina e repubblicana) di governare associandosi con deputati
liberalconservatori e monarchici, codificò la prassi politica
che dai primi anni del nuovo Stato è arrivata sino a noi, sia
pure nelle mutate forme che derivano dai mutati tempi. Vi fu, quindi,
una continuità sostanziale e rilevante nella vita del nostro
Stato nonostante la debolezza delle Istituzioni ed i ricorrenti periodi
di gravissima crisi che lo contraddistinsero sin dai suoi primi decenni
di vita.
All'autoritarismo accentratore dei primi Governi e Parlamenti del
Regno non posero certo rimedio né il liberalismo riformista
di Giovanni Giolitti (1842-1928), né l'adozione del
suffragio universale maschile (1913), né il sistema
elettorale proporzionale puro (1919). Va, anzi, detto che gli
anni successivi alla rivoluzione bolscevica del 1917 e la parte
iniziale degli anni '20 furono caratterizzati da un'esasperazione
ideologica assolutamente priva di qualsiasi ragionevole sbocco o correttivo
istituzionale. Una situazione sempre più aggravata dalla
formazione della nuova ed ormai incipiente "società di
massa". [
] Ciò che mi sembra qui rilevante è,
però, sottolineare come la tensione, da sempre esistente nella
realtà e nella storia moderne tra la pulsione delle idee e
la pratica del potere istituzionale, nell'esperienza italiana si sia
tradotta, salvo che per Carlo Cattaneo e pochi altri, in false contrapposizioni
sui "grandi principi". Tutte le antitesi sono state, infatti,
mediate e risolte sempre attraverso il "trasformismo" (comunque
lo si voglia denominare con il variare del lessico nei tempi). Occorre,
perciò, guardare a questo fenomeno non con l'occhio sempre
fuorviante del moralismo. Esso ha, invece, connotazioni squisitamente
politiche, culturali, etiche ed anche psicologiche (individuali e
di massa) alle quali occorre riferirsi. Parecchi anni fa un acuto
e colto sociologo Franco Ferrarotti giustamente ammoniva a non commettere
l'errore di considerare il trasformismo come il prodotto di tanti
"piccoli Machiavelli". Questa osservazione è ancora
molto pertinente.
I.2e Crisi istituzionali e demiurghi
Tutte le considerazioni sin qui svolte a proposito del rapporto che
collega e rende coerenti tra loro il modello degli ideali e dei valori
(la progettualità politica), la costruzione e la vita delle
Istituzioni, indicano che esso è stato (e rimane) in Italia
irrisolto. Si tratta di una questione di fondo giacché mostra
che le definizioni delle politiche e gli accordi necessari per
realizzarle non sono mai, o quasi, avvenuti nelle Istituzioni e secondo
le forme per le quali appunto esse sono state create. Vi è,
cioè, la collocazione effettiva dei poteri non nelle loro sedi
costituzionalmente definite ma nel sistema informale delle relazioni
interpersonali, d'affari, di connivenza familiare o locale, di spirito
corporativo, ecc. Tutto ciò svaluta, insieme e d'un solo
colpo, le idee e la prassi. Ideologismi e praticaccia amministrativa
si sono compenetrati e legittimati a vicenda e sono diventati così
le espressioni precipue ed i veicoli della politica. L'intero sistema
politico italiano che sempre anche nei suoi momenti più fruttuosi
(Cavour, Giolitti) ha ricercato la conciliazione degli opposti principi
attraverso il compromesso assunto come canone di comportamento è
stato progressivamente e sempre più discusso sotto il profilo
della sua legittimità e posto in questione proprio per questa
sua inaffidabilità che nasce dal trasformistico contrapporre
alle norme, solenni e vincolanti, comportamenti e pratiche del tutto
differenti e, perlopiù, contrari.
Questa grave e ricorrente crisi rende evidente che le idee politiche
in Italia sono state elaborate nel loro apparati culturali non meno
che nei loro valori di eticità civile e di efficacia operativa
in forme pochissimo discusse e partecipate ed ancora meno sperimentate.
Tanto da fare ritenere seriamente la loro assoluta estraneità
a qualsiasi ideale di autogoverno democratico e di autonomia dei singoli
cittadini e delle comunità in cui essi vivono. Ne è
risultato, e ne risulta, che con questa realtà politico-istituzionale
l'assetto costituzionale italiano si è posto all esatto
opposto del federalismo che è sinonimo di autonomia, partecipazione,
autodeterminazione ed autogoverno ma, anche, e prima di tutto, di
lealtà nei confronti dei princìpi.
Più che nei riguardi dei problemi costituzionali ed organizzativi
dello Stato [
] questa valutazione critica del sistema politico
italiano caratterizzato dal prevalere dell'ideologia astratta rispetto
all'elaborazione dottrinaria costruttiva ed al pragmatismo istituzionale
presenta nella continuità tra passato e presente un costume
sempre trasformistico. Esso, inoltre, è stato dominato sempre
e solo da pochi demiurghi. Con questo termine, con il quale Platone
(427-347 a.C.) definiva "l'artefice divino", la causa intelligente,
inferiore alle idee che lo ispirano ma superiore alla realtà
del mondo, voglio riprendere un tema storico ma di ricorrente e grande
attualità. Una politica trasformistica com'è
stata quella italiana, proprio perché non ha lealtà
e coerenza con le Istituzioni entro le quali pure opera, ha bisogno
assoluto di "demiurghi" non nel sublime senso platonico
ma come mediatori, factotum, uomini "della Provvidenza",
ecc. Da Cavour a Depretis, da Crispi a Giolitti, da Mussolini a De
Gasperi ed a Moro, la nostra storia non è cambiata affatto.
Si invoca il "demiurgo" e l'immaginario collettivo talora
addirittura lo inventa. Tuttavia quando l'azione del demiurgo si esaurisce,
ci si accorge che non avendo essa risolti i problemi, permangono come
prima e, spesso, peggio di prima, le cause delle disfunzioni statali,
del disagio morale, del disordine politico. E, poi, se il demiurgo
come avviene in questi anni manca del tutto, a che cosa può
ricorrere il sistema politico? Che cosa viene offerto all'immaginario
collettivo"? Se la risposta non è come non è
stata nelle Istituzioni e nella loro funzione i demiurghi servono
a ben poco e le crisi gravissime sono inevitabili.
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Ma occorre anche acquisire la consapevolezza che gli ideologismi
e la praticaccia amministrativa (che sono l'autentica matrice del
trasformismo nella sua forma a noi più vicina) non servono
per affrontare i problemi delle Istituzioni e della loro riforma.
Lungi dall'essere un lusso le questioni istituzionali rivestono, invece,
la massima rilevanza per la stessa pacifica ed ordinata convivenza
delle diverse realtà culturali, socioeconomiche e territoriali
che compongono l'Italia. Le questioni istituzionali impongono un approccio
assai diverso dal punto di vista etico e politico rispetto alla nostra
esperienza storica nel confronti dello Stato e del potere. Impongono
una riflessione non più differibile su quale sia il
significato attuale dello Stato, su quali siano i fini ed i limiti
della sua azione, su quali libertà ed autonomie possano e debbano
contare i cittadini e le formazioni sociali e territoriali nelle quali
essi vivono e lavorano. Si tratta di temi sui quali la cultura Politica
del federalismo (purché sia veramente tale) è in grado
di dare un apporto notevole e risolutivo offrendo attraverso quella
che possiamo definire un'autentica "terapia d'urgenza" dignitose
(e possibilmente definitive) vie d'uscita dalle secche del trasformismo
e dalle illusioni provocate dal demiurghi veri o sedicenti.
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I.3 Lo statalismo fascista
Il crollo dopo la Prima Guerra mondiale dello Stato liberale, parlamentarista
e già ormai nettamente partitico, vide l'affermazione del regime
fascista, antiparlamentarista ed assai più autoritario e centralizzante.
Il fascismo era, tuttavia, anche molto più attento alle nuove
esigenze popolari (da qui alcuni tratti propri del suo populismo e
della sua demagogia). Il fascismo voleva sui suoi presupposti dottrinari
edificare uno Stato corrispondente alla nuova realtà di "massa"
prodotta dalle trasformazioni economiche e sociali e dalla grande
mutazione, anche psicologica ed attitudinale, derivante dalla guerra
con l'enorme mobilitazione di tutti gli strati sociali che essa aveva
imposto. Tuttavia il vecchio Stato unificatore non scomparve del tutto.
Rimase in particolare la Monarchia che di quello Stato aveva rappresentato
l'autentico principio che costituzionalmente esercitava un potere
piuttosto indefinito ma che di fatto limitò, invece, notevolmente,
rispetto alle sue ambizioni "totalitarie", il regime fascista.
Si ebbe così per un ventennio quella che è stata denominata
la diarchia, ossia la coesistenza del debole ma pur esistente potere
statutario del Re con quello dittatoriale, ma anch'esso limitato,
del Duce.
La modificazione dello Stato italiano davvero singolare in questa
sua filosofia pubblica non meno che nel suo ordinamento e nelle
sue funzioni non è stata almeno a mio avviso ancora studiata
con sufficiente spregiudicatezza intellettuale. Occorre farlo perché
è questione rilevante dalla quale taluni effetti non secondari
sono derivati sino ai nostri giorni. Si sviluppò, infatti,
durante il periodo 1925-1940 un indubbio processo di modernizzazione
che la dittatura fascista realizzò in forme rigidamente stataliste,
interventiste ed autarchiche (ossia di "mercato chiuso")
sul piano sociale ed economico. Lo Stato corporativo e nazionalista
del fascismo fu il risultato di questa effettiva e complessa riorganizzazione
politico-istituzionale che trasse notevole impulso dal crollo delle
economie mondiali alla fine degli anni '20. Esso rappresentò,
nella nostra storia, la fase di integrazione più autoritaria
ma anche più organica e moderna in senso sociale. Fu una ristrutturazione
che operò in profondità e che (autentico paradosso storico!)
tuttora è presente per molti aspetti proprio nella dimensione
fondamentale della statualità rappresentata dalla legislazione.
Ed anche nel momento sempre essenziale del rapporto tra il potere
dello Stato con le libertà dei cittadini. Va ricordata al riguardo
l'opera particolarmente elaborata sul piano della tecnica normativo-istituzionale
svolta da un nucleo assai importante di giuristi (come Santi Romano
(1875-1947), Alfredo Rocco (1875-1935), Arturo Rocco (1876-1942))
accompagnata da quella filosofica e pedagogica di Giovanni Gentile
(1875-1944) e da quella progettuale e culturale in campo economico
e sociale di Ugo Spirito (1896-1979) e di Giuseppe Bottai (1895-1959).
Nell'ambito più specifico dell'organizzazione dell'economia
statalista e dirigista l'azione di uomini come Alberto Beneduce (1877-1944),
Alberto De Stefani (1879-1969) e Giuseppe Volpi di Misurata (1877-1947),
diede molta incisività e credito all'azione del governo fascista.
Vi fu, infatti, negli anni '30 attraverso un intervento sistematico
sulle leggi (Codici, grandi leggi di indirizzo in tutti i campi della
vita sociale, ecc.) sull'organizzazione amministrativa dello Stato
e sull'educazione scolastica, una profonda revisione dei modi di essere
dello Stato e del "pubblico nella sua più vasta accezione
al riguardo dei cittadini e delle loro attività socioeconomiche
oltre che politiche. Un effetto che proprio nelle leggi e nei regolamenti,
nella struttura degli uffici e nella concezione delle funzioni statali
e pubbliche, pose radici tali da poter continuare ben dopo la fine
della dittatura.
(pagina aggiornata al 16 maggio 2000)