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Una domenica di sangue. La rivolta popolare del 14 aprile 1889 a Bosa Estratto da: Antonio Naitana, Una domenica di sangue, La rivolta popolare del 14 aprile 1889 a Bosa, U. N. L. A. Centro di cultura popolare di Bosa, Tipografia "S. Giuseppe", Bosa (NU), Dicembre 1998. Il testo che segue è stato estratto dalle pagine V-VI, 9-11 e 18-19 Le parti in grassetto (titoli esclusi) non fanno parte del testo originale né hanno riferimento alle opinioni dell'Autore del brano, ma sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione di questo web. Bosa, 14 aprile 1889, Domenica delle Palme. Erano passate da poco le 17 quando quattro carabinieri, che avevano appena arrestato un giovane di nome Gaetano Deriu, vennero assaliti da un folto gruppo di bosani che pretendeva la sua liberazione. Fu l'inizio di uno scontro che oppose per circa cinque ore i
militari e gli inservienti della caserma ad una folla di popolani
e costò la vita a tre di loro, fra cui un bambino di 9 anni.
Decine rimasero feriti, alcuni gravemente. Già nel pomeriggio del giorno prima i bosani avevano strappato dalle mani delle guardie municipali, che dovevano arrestarlo, Antonio Angelo Solinas, accusato di essere un pericoloso maniaco per aver denunciato pubblicamente i responsabili del dissesto finanziario del Comune e criticato apertamente il regio delegato Enrico Perdisa, romano, che da qualche mese reggeva le sorti del Municipio. [ ] Al termine della battaglia rimasero sul terreno due uomini (che il processo dimostrò essere vittime innocenti) e decine di feriti, fra cui Eugenio Chirra, un bambino di nove anni che morì qualche giorno dopo, e Peppino Cubeddu, quattordici anni, raggiunto da diversi proiettili. Nei giorni successivi, mentre i carabinieri che avevano preso parte agli eventi venivano trasferiti ad altre sedi, la città fu occupata militarmente da un battaglione di soldati agli ordini di un colonnello, insieme ad alcune diecine di carabinieri comandati da un tenente, appositamente inviati dai centri vicini e dal comando di Cagliari. [Per sovrappiù]: le spese di mantenimento del reparto militare sarebbero state poi imputate al Comune di Bosa. Le cause Nel maggio 1888 le passività accumulate dal Comune di
Bosa per debiti nei confronti di creditori pubblici e privati, secondo
la valutazione fatta dal cav. Ernesto Moro, appositamente inviato
dal Ministero dell'Interno, superavano i 3 milioni di lire (oltre
18,3 miliardi di lire attuali). E il calcolo era approssimativo per
difetto, perché non teneva conto delle ipoteche gravanti sul
patrimonio comunale a vantaggio della Banca Agricola Sarda, del Demanio
e del Capitolo, stimati in oltre 2 milioni di lire (oltre 12,2 miliardi
attuali). In quel periodo venivano al pettine i nodi di una politica finanziaria dissennata che, inizialmente motivata dalle necessità di migliorare con una serie di opere pubbliche le condizioni di vita dei bosani, aveva finito poi nell'avvilupparsi su sé stessa, costringendo il Comune a contrarre nuovi debiti per pagare quelli vecchi ed utilizzare in parte un cospicuo finanziamento per far fronte alle scadenze. [ ] Il debito si formò, per consolidarsi progressivamente, tra il 1860 ed il 1885, quando gli amministratori avviarono un rilevante programma di lavori pubblici, peraltro approvati dalla deputazione provinciale e per i quali si ottennero senza soverchie difficoltà mutui e prestiti: lo scopo dichiarato era di ammodernare la città e risolvere i suoi gravi problemi igienici che, insieme con l'insalubrità del clima, erano stati la causa principale delle tragiche epidemie degli anni precedenti. [A parte il tifo del 1816, il vaiolo del 1829, il colera del 1855, un dato per tutti: il tasso di mortalità infantile, tra il 1854 ed il 1861 era intorno al 50%] Eliminare le cause che stavano a monte di questi fenomeni divenne la parola d'ordine per gli amministratori di quegli anni. E, insieme, l'ansia entusiastica di inseguire il progresso ad ogni costo, li portò a preventivare spese per centinaia di migliaia di lire senza certe garanzie di copertura [NdR: tra cui le promesse del Ministro Agostino Depretis, che aveva dichiarato che per il suo ruolo strategico nella costa occidentale dell'isola, il porto (una delle opere avviate) sarebbe stata a totale carico dello Stato] Si potè così assistere all'avvio di una serie di opere i cui costi [ovviamente] lievitarono durante i lavori e che, peraltro, non raggiunsero gli scopi per cui erano state volute. Una vicenda emblematica fu quella della costruzione del porto, che provocò attese e speranze il cui tradimento ebbe un ruolo primario nell'accrescere il malcontento popolare verso gli amministratori ed i rappresentanti dell'autorità. Non a caso, dopo i fatti dell'aprile, vi furono deputati che invitarono la popolazione alla calma, assicurando il loro sostegno alla causa della costruzione del porto: il fatto che Bosa non ne abbia ancora uno [luglio 2000] dimostra quale esito ebbe quell'impegno. [ ] Nel 1888, lungi dall'essere portato a compimento, il porto (la cui costruzione ebbe inizio nel 1867) era diventato, secondo il giudizio di un Consigliere comunale "una pubblica sventura costituendo la cangrena che rode l'Amministrazione comunale". [ ] Ma se il porto, allora come oggi, agitava il sonno dei bosani, altre opere erano considerate ugualmente importanti per la città. Furono edificati l'acquedotto comunale e la rete fognaria e pavimentate numerose vie dell'abitato; per esse il Comune contrasse un mutuo di oltre 500.000 lire (oltre 3 miliardi attuali) cui si aggiunse un finanziamento concesso dalla Provincia. Si trattò di lavori imponenti, come quelli riguardanti la costruzione degli argini del fiume Temo, ma che denunciarono carenze progettuali ed organizzative. Proprio all'apice di questo sforzo emerse chiaramente l'impossibilità di portarlo a compimento senza nuove esposizioni e senza ulteriori aggravi di imposte, mentre i cittadini resistevano apertamente al pagamento delle migliaia di lire di tasse arretrate di cui il Comune era creditore. [In particolare i cittadini della zona detta Costa, i meno abbienti, che, comunque, non avrebbero beneficiato, in alcun caso, dei vantaggi dei lavori in corso (a causa di scelte anche tecniche, che privilegiavano le zone dei più abbienti) ma che, comunque, sarebbero stati tartassati da vecchie e nuove tasse. Lo scontro, causato da una gestione finanziaria fallimentare da parte del Comune, avvenne quanto altre parti dello Stato (Prefettura e Ministero degli Interni) decisero di applicare le leggi senza indagare le cause, portando la loro attenzione esclusivamente sulla necessità di riscossione coatta delle imposte ed ignorando volutamente le ragioni degli altri]
Non fu un bell'aprile, quell'aprile del 1889 in Italia. Crispi aveva appena dato vita ad un nuovo governo, ma solo dopo la minaccia di un voto di sfiducia che avrebbe potuto metterlo fuori dal gioco serrato del potere. Tutto era nato da quella che sarebbe passata alla storia come la "finanza allegra". Il Ministro del Tesoro, Agostino Magliani, era stato costretto alle dimissioni alla fine dell'anno precedente, ma il suo successore, Costantino Perazzi, aveva dovuto servire alla Camera due medicine amarissime: la prima era la notizia che il disavanzo dello Stato era non di 62 milioni, come aveva detto Magliani, ma di 192 e, cosa peggiore, che il suo piano di rientro prevedeva un ulteriore aumento delle tasse per quasi 50 milioni. [NdR: il coefficiente di rivalutazione della lira calcolato dall'ISTAT per gli anni 1888 e 1889 è, rispettivamente, di 6213,3006 e di 6109,7456 ("il Sole 24 Ore del 2 febbraio 1998). I 62 milioni di disavanzo presunto, quindi, equivalgono a 385 miliardi di lire attuali, mentre i 192 milioni reali equivalgono a 1.193 miliardi attuali. L'aumento di tasse previsto avrebbe causato un aggravio di 306 miliardi di lire sui contribuenti. Una manovra finanziaria da capogiro] Ricostruendo il governo, Crispi aveva dovuto sacrificare Perazzi ai malumori dell'opinione pubblica; ma neppure Giolitti, chamato a quel Ministero difficilissimo, avrebbe potuto rimediare alla voragine del bilancio senza mettere mano alle tasse. [ ] In Sardegna le cose andavano ancora peggio. La politica di Crispi, deciso a portare fino in fondo il braccio di ferro con la Francia tanto sul piano delle ambizioni coloniali quanto su quello più ravvicinato del protezionismo doganale, aveva portato alla chiusura dei mercati verso i quali, da più di vent'anni, la Sardegna aveva avviato proficuamente i prodotti dell'agricoltura e dell'allevamento. [ ] S'aggiungeva a questo una fiscalità ossessionante ed oppressiva.
La Sardegna [
] portava sulle spalle un carico di tasse assolutamente
sproporzionato alle proprie risorse, anche in confronto a quello che
era il peso delle imposte nel resto dell'Italia. Colpa soprattutto
di un catasto fondiario di cui si era cominciato a chiedere la riforma
dal giorno stesso, si può dire, che era stato completato e
pubblicato. [
]
C'è un quarto elemento da tenere in conto: la durezza della reazione contro la rabbia della folla [ ] parte integrante dell'educazione delle forze dell'ordine, rafforzata dalle disposizioni del Ministero dell'Interno, con particolare riferimento alle agitazioni popolari, che in altre parti d'Italia venivano addebitate al sovversivismo anarchico e alla predicazione socialista [ ] [NdR: ricordiamo che l'intervento roboante di Bava Beccaris a Milano, emulo del suo degno predecessore Cialdini nel Sud, è di qualche anno dopo]
(pagina aggiornata al 18.07.2000) |
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