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Le radici storiche delle contraddizioni dello Stato italiano

Estratto da: Sabino Cassese, Lo Stato italiano e la sua riforma, collana SPISA Conferenze Seminari VIII, CLUEB, Bologna 1998, pagg. 9 - 11. Testo della conferenza svoltasi nell'aula magna della Spisa a Bologna, 3 aprile 1998

Le parti in corsivo o in grassetto non fanno parte del testo originale né hanno riferimento alle opinioni dell'Autore del brano, ma sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione di questo web.

[…]

Lo Stato italiano ha adottato l'architettura del modello francese: alcune principali istituzioni del nostro ordinamento amministrativo (Consiglio di Stato, Prefetto, Impiego Pubblico) hanno persino denominazioni di origine francese. E di origine francese sono l'accentramento, l'uniformità, il dualismo giurisdizionale. [causa non secondaria di ciò deve essere l'origine della Casa Regnante italiana e dei suoi domini]

La tradizione d'oltralpe, tipicamente étatiste [di Stato, in corsivo ed in francese nel testo originale], fondata sul ruolo predominante dello Stato, si è consolidata con Luigi XIV, ha trovato maggior vigore con Napoleone I, si è ulteriormente rafforzata con il Secondo Impero. Ma l'Italia ha seguito solo in apparenza questa tradizione. E ciò per due motivi:

  • il primo è il ritardo della formazione dello Stato italiano che, giunto all'unificazione quattro secoli più tardi rispetto alla Francia, ha dovuto procedere, come i late comers [i ritardatari o quelli che arrivano in ritardo, in corsivo ed in inglese nel testo originale], in modo accelerato e quindi, approssimativo, a realizzare uniformità, accentramento, giudice speciale dell'amministrazione ecc;

  • il secondo motivo è costituito dal fatto che si è assunto, della tradizione étatiste [di Stato], solo l'aspetto formale, la concezione dello Stato come persona e non, invece, il suo aspetto sostanziale.

Nel corso della storia dello Stato francese, è stata posta una cura eccezionale per l'amministrazione, da parte di De Gaulle e di Debré (fondatori dell'ENA: Ecole Nationale de l'Aministration), e andando a ritroso, da parte di Napoleone I (che istituì la figura dell'uditore del Consiglio di Stato e rafforzò i grandi corpi dello Stato), fino a Luigi XIV, sotto il quale furono istituite alcune grandi scuole. Grandi scuole e grandi corpi sono istituzioni notissime nello Stato francese, ignote in quello italiano.

In Italia, dunque, c'è la figura giuridica, non la realtà concreta dello Stato, perché manca quella che un sociologo francese ha chiamato la noblesse d'Etat [nobiltà di Stato, in corsivo ed in francese nel testo originale], costituita da amministratori pubblici, selezionati rigorosamente secondo il merito, che frequentemente trasmigrano nella politica (quasi tutti i ministri e i primi ministri del dopoguerra vengono da corpi amministrativi) e nell'industria.

Tutt'altra situazione in Italia.

[…]

La seconda contraddizione è rappresentata da uno Stato che si impone alla società ed è, allo stesso tempo, catturato da essa. Illustrerò tale aspetto prendendo qualche esempio.

In quale Paese lo sport è un fatto di Stato? In Italia lo è, perché il Comitato Olimpico Nazionale italiano, CONI, è un ente pubblico, i cui dipendenti sono regolati dal rapporto del pubblico impiego e i cui amministratori debbono subire le angherie quotidiane della contabilità di Stato e preoccuparsi dei controlli della Corte dei Conti.

In quale paese le camere di commercio o gli automobil club provinciali sono configurate giuridicamente come ente pubblico? In quali ordinamenti i sindacati sono attributari di tante funzioni pubbliche, dalla protezione sociale fino all'imposizione fiscale?

Da un lato, dunque, c'è lo Stato che straripa, attribuendo qualità pubblica anche a soggetti che dovrebbero essere propri della società civile, ordinato secondo il principio dell'autonomia. Dall'altra parte, però, lo Stato è prigioniero dell'economia e gli interessi pubblici non sono altro che interessi privati ammantati di veste pubblica. La stessa pubblicizzazione dello sport, delle camere di commercio, dell'automobilismo, è il frutto di pressioni dei dipendenti di questi enti, desiderosi di ottenere più garanzie.

La prova migliore si è avuta quando una (relativamente modesta) liberalizzazione del commercio ha prodotto una levata di scudi dei commercianti, che intendono la licenza di commercio come una garanzia a loro protezione oppure come una fonte di reddito, che può essere venduta, quasi che la funzione dell'amministrazione pubblica sia quella di conferire ricchezze ai privati. Dunque, la disciplina del commercio intesa in funzione della difesa dei commercianti e non come protezione dei consumatori.

La seconda contraddizione, quindi, è questa: lo Stato italiano sembra occupare tutta la società civile, ma invece è catturato dagli interessi di questa e, in modo particolare, da quelli economici.

La terza contraddizione è riassunta da una bella espressione dello storico francese Fernand Braudel, per cui lo Stato italiano è affetto da una insigne faiblesse [debolezza insigne, in corsivo ed in francese nel testo originale]. Secondo Braudel, la storia rinascimentale italiana è stata caratterizzata da uno sviluppo dell'ordinamento politico comunale e signorile, così potente e capillare da compromettere un processo di unificazione simile a quello che, nello stesso periodo, si andava realizzando in molti Paesi d'Europa, quali la Francia, la Spagna e l'Inghilterra, dove l'assenza di poteri territoriali così forti consentì l'affermazione di un centro rispetto alle periferie.

Dunque, al ritardo dell'unificazione si aggiunge un'unificazione intorno a un centro debole.

Anche negli anni a noi più vicini, il centro la sempre condizionato la periferia, ma quest'ultima è riuscita, sempre, a sua volta a condizionare il centro.

Dunque si è avuto un regime a mezzadria, un condizionamento reciproco.

[…]

(pagina aggiornata al 02/04/2000)

 
   
   
 
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