Ancora sulla questione della lingua
Uno dei nostri maggiori scrittori anzi poeti, per di più ben
noto anche per i suoi studi sulla lingua italiana (volgare,
come si chiamava allora) è certamente Dante Alighieri.
Che il problema della lingua non sia recente è dimostrato dal
fatto che: "Non fu per nulla pacifica, nel corso dei secoli,
la fortuna di questo trattato dantesco; certamente esso non godette
di quel giudizio distaccato ed obiettivo che si presume debba competere
alle opere di scienza. Al contrario, si può dire che forse
raramente un libro ebbe vicende altrettanto travagliate. Al De
Vulgari Eloquentia toccò in sorte di sparire per lungo tempo,
di essere poi ripescato fortunosamente, e di essere proposto ai lettori
in maniera enigmatica e discutibile [
] Divenne così oggetto
di contese, fu utilizzato dagli intellettuali del Rinascimento nelle
loro battaglie culturali. Dietro di esso si celarono persino rivalità
politiche. [
] le idee dantesche sul volgare divennero una costante
a cui far riferimento da parte di tutti coloro che si opponevano al
primato toscano e combattevano le pretese di superiorità dell'idioma
fiorentino vivente. Dante aveva parlato della lingua toscana con distacco,
facendone giustizia quasi che si trattasse di un dialetto rozzo ed
impraticabile: in queste polemiche, dunque, gli avversari della città
sull'Arno si trovavano ad avere lo straordinario ed insperato vantaggio
di utilizzare per i propri fini il De Vulgari Eloquentia, in
nome del prestigio grande di un poeta del calibro di Dante, per di
più fiorentino purissimo. E così, nel furore delle polemiche
linguistiche, non solo i Fiorentini confutarono Dante con ostinazione,
ma giunsero fino al punto di negare la sua autorità in questo
campo, accusandolo di essere stato travolto dal risentimento verso
la patria; soprattutto si provò a sbarazzarsi del trattato
(l'argomento, evidentemente, era decisivo per gli avversari delle
tesi dantesche) contestandone la paternità. La stagione di
queste polemiche fu soprattutto il secolo XVI, ma il dibattito non
è strettamente confinato nelle discussioni linguistiche del
Rinascimento italiano. Esso, per contro, esce dai confini geografici
dell'Italia, arriva fino alla Parigi di Caterina de' Medici. Quanto
a cronologia, esso si prolunga fino ai tempi più recenti. Un
esempio per tutti: Alessandro Manzoni si
trovò a discettare sul De Vulgari Eloquentia nel momento
in cui tentava di presentare all'Italia la sua proposta linguistica,
volta a rendere omogenea la lingua "in tutti gli ordini del popolo"."
(dall'Introduzione di Claudio Marazzini in DANTE ALIGHIERI, De Vulgari
Eloquentia, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori Editore, 1990)
Ma guadiamo cosa dice Dante:
(Libro I, VI, 3): "Quanto a me [
] ho bevuto l'acqua
dell'Arno prima di mettere i denti, amo Firenze a tal punto da patire
ingiustamente l'esilio proprio perché l'ho amata: e tuttavia,
nonostante ciò, appoggerò la bilancia del mio giudizio
alla ragione piuttosto che al sentimento. Per il mio piacere e per
l'appagamento dei miei sensi non esiste sulla terra luogo più
bello di Firenze. Tuttavia a leggere e rileggere i volumi dei poeti
e degli altri scrittori nei quali è descritto il mondo nell'insieme
e nelle sue parti, ed a riflettere in me stesso sulle varie posizioni
delle località del mondo e sulla disposizione loro rispetto
ai due poli ed al circolo dell'equatore, ho tratto questa ferma convinzione:
esistono molte regioni e città più utili e più
gradevoli della Toscana e di Firenze, di cui sono nativo cittadino;
ci sono svariati popoli e genti che hanno una lingua più bella
e più utile di quella degli Italiani."
(Libro I, XIII, passim): "A questo punto [della parte
del trattato riguardante dialetti italiani] veniamo ai Toscani
che, rimbecilliti dalla loro stupidità, mostrano di voler rivendicare
per sé il monopolio del volgare illustre. In ciò non
è solo il popolazzo a dar i numeri con le sue pretese, ma so
bene che molti e famosi uomini sono stati di questa opinione [
]
i componenti poetici dei quali, a volerli esaminare con attenzione,
si rivelerebbero non di livello curiale, ma soltanto municipale. E
poiché i Toscani folleggiano più degli altri in questa
ebbrezza, mi sembra giusto e utile parlar male dei volgari municipali
toscani esaminandoli uno a uno. [
] Ma benché quasi tutti
i Toscani siano ottenebrati da quel loro turpiloquio, io sono del
parere che alcuni abbiano sperimentato un volgare eccellente. Mi riferisco
a Guido, Lapo ed un altro, fiorentini, e a Cino da Pistoia, che ora
metto immeritatamente per ultimo [
] Se qualcuno pensasse che
ciò che dico dei Toscani non si può dire dei Genovesi,
si metta bene in mente solo questo: se per un'amnesia i Genovesi perdessero
la lettera z, sarebbero costretti ad ammutolire totalmente ed a rifarsi
una lingua nuova. Infatti la z costituisce la maggior parte della
loro parlata, e questa lettera si pronuncia con molta durezza."
Insomma la preminenza del fiorentino trova più giustificazioni
nella preminenza di Firenze sull'Italia (e sull'Europa) rinascimentali
che in una qualche motivazione seriamente e scientificamente linguistica
(in senso moderno). L'imposizione (politica), inoltre, di una lingua
ingessata e da puristi quindi classista (contro ogni tipo di evoluzione,
che è la forza e la vitalità di un popolo e che è
la tesi di Dante, il quale ritiene persino il latino lingua grammaticale
non naturale, ma anche di Ascoli) è
un ulteriore e forte strumento di controllo
sociale, visto che della società non ci si può fidare
tanto.