Il Corso forzoso
Estratto da Carlo Cipolla ed altri, Storia facile dell'Economia
italiana dal Medioevo a oggi, Arnoldo Mondadori Editore, Oscar
Saggi, Ottobre 1996. Il testo qui riprodotto appare tra le pagg. 119
e 123.
Le parti in grassetto non fanno parte del testo originale
né hanno riferimento alle opinioni dell'Autore del brano, ma
sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione di questo
web.
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]
Gli stati italiani preunitari avevano sistemi monetari o a base argentea
o a base bimetallica. Fra questi ultimi c'era il Piemonte, che aveva
mantenuto in vita tale sistema introdotto con la conquista napoleonica
anche dopo la Restaurazione per l'enorme importanza dei suoi rapporti
economici e finanziari con la Francia. L'unificazione monetaria italiana
si svolse quindi all'insegna dell'egemonia piemontese e perciò
di quella francese. Non sarebbe facilmente potuto essere altrimenti,
dato l'assoluto prevalere della Francia del secondo impero negli affari
politici ed economici italiani. Il sistema bimetallico era sì
quello piemontese ma era soprattutto quello francese.
La lira italiana nacque perciò bimetallica e liberamente
convertibile. La Destra Storica, che rimase al potere fino al 1876,
prevedeva per l'Italia un futuro finanziario nel quale, per lungo
tempo, le spese per gli investimenti sia pubblici che privati avrebbero
ampiamente ecceduto le disponibilità sia delle entrate dello
Stato sia del quasi inesistente mercato dei capitali italiano. Era
necessario perciò creare le condizioni più favorevoli
all'ingresso, ed alla permanenza per lungo tempo, di capitali stranieri,
che già si sapeva sarebbero stati in prevalenza francesi. Questo
perché lo Stato sarebbe stato di gran lunga il maggior cliente
dei finanzieri esteri, e nei prestiti a Stati le case specializzate
erano quelle francesi, dominate dalla Maison Rothschild, che aveva
abbondantemente assistito il Piemonte nella fase conclusiva del Risorgimento.
Bimettalismo e convertibilità furono dettati alla Destra dalle
realtà dell'economia politica internazionale.
Dato che le entrate dello Stato coprivano sì e no la metà
delle spese al momento dell'Unità, e ce il permanere del territorio
meridionale in condizioni di guerriglia rendeva necessario un dispiegamento
massiccio in tale area dell'Esercito, perpetuando nel tempo l'enorme
pressione delle spese militari sul bilancio pubblico, se non si voleva
sacrificare la costruzione di infrastrutture essenziali per modernizzare
il paese, bisognava reperire capitali all'estero, in particolare in
Francia. Anche perché l'altro grande mercato finanziario, quello
inglese, non solo non prediligeva prestiti a Stati ma aveva anche
preso malissimo la preferenza mostrata per i francesi nell'ultima
fase dell'unificazione italiana dalla nostra classe dirigente.
La convertibilità della lira fece affluire capitali nel nostro
paese per i sei anni che essa potè resistere. Mise tuttavia
lo sviluppo italiano a rimorchio del ciclo finanziario internazionale.
Il capitale straniero, e quindi i mezzi per mantenere la convertibilità,
continuarono ad affluire sino a quando il ciclo finanziario internazionale
non si ruppe, nei primi mesi del 1866 e non si verificò una
di quelle tremende crisi che concludevano, nel secolo scorso, un boom
finanziario internazionale.
A rendere inevitabile poi la fine dell'esperienza della convertibilità
della lira venne, nel maggio dello stesso anno, lo scoppio della guerra
austro-prussiana, della quale l'Italia approfittò, come era
costume dei Savoia, per dichiarare guerra all'Austria e riprendersi
un altro pezzo di territorio usurpato dallo straniero. Le intenzioni
bellicose (e non di altro si può parlare dati i risultati
sul piano bellico degli scontri con gli austriaci) furono accompagnate
da grandi spese militari, al di là di quelle necessarie per
combattere il brigantaggio scatenato nel Sud dai fedeli dei Borboni
(e, dopo sei anni dall'arrivo dell'Esercito Sardo, ancora ben attivo).
Ciò causò l'ira ed un vero e proprio ultimatum da parte
di James Rothschild, principale finanziatore dello Stato italiano
ma anche della monarchia asburgica. Quando si trattava di completare
il Risorgimento, la nostra classe dirigente si permetteva anche di
sfidare i Rothschild.
Il ritiro dei capitali internazionali, che si verificò ancor
prima della dichiarazione di guerra all'Austria, rese inevitabile
l'imposizione del corso forzoso dei biglietti delle banche di emissione
italiane. [
] E' interessante ricordare che anche l'Austria dichiarò
il corso forzoso nella stessa occasione.
[..]
Il risanamento finanziario appena iniziato e per il quale si attendono
comunque tempi lunghi, subisce una grave battuta d'arresto a causa
della guerra con l'Austria, che obbliga al raddoppio delle spese militari.
Il ministro Scaloja ricorre ad un prestito redimibile forzoso accolto
piuttosto bene, nel clima di acceso patriottismo. Per una parte importante,
il disavanzo del bilancio viene monetizzato con il corso forzoso:
espediente necessario, forse abile, probabilmente benefico; non certo
un esempio di ortodossia di gestione.
[
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A guerra conclusa, la credibilità finanziaria del Regno d'Italia
in Europa è assai bassa. La rendita viene quotata a prezzi
stracciati. Le conseguenze disastrose degli alti rendimenti dei titoli
pubblici non sfuggono a Quintino Sella: "Come volete che si trovino
i capitali per l'industria quando è aperto un mezzo di collocare
con garanzia dello Stato capitali che danno tanto profitto?"
(chi si ricorda dei BOT di qualche anno fa?) Lo sviluppo del
Paese richiede, pertanto, avanzi di bilancio che consentano di ridurre
lo stock del debito. Tuttavia lo stesso sviluppo postula non solo
investimento in infrastrutture (soprattutto ferrovie) ma anche spese
correnti, quali quelle per l'istruzione, destinate ad accrescere il
capitale umano.
[
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La liquidazione dell'asse ecclesiastico (equivalente ottocentesco
delle odierne privatizzazioni) fra il 1868 ed il 1880 procura all'erario
un'entrata non disprezzabile anche se di molto inferiore alle previsioni.
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Il gettito dell'imposta di ricchezza mobile, la principale forma
di imposizione diretta (introdotta nel 1864) raddoppia fra il 1870
ed il 1880. Anche le imposte indirette danno un contributo crescente:
fra queste è restata particolarmente e tristemente famosa quella
"sul macinato" cioè sul consumo di pane.
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Fra il 1875 e il 1876 il bilancio dello stato è virtualmente
in pareggio, anche al netto degli artifici contabili allora adottati
per mostrare un saldo attivo.