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La Lingua (italiana ma non solo) Il problema della lingua, in qualunque paese ed in qualunque periodo, per quanto spesso sottovalutato, è sempre stato il problema di fondo per una consolidata percezione di sé (di "noi") come un'unità (quindi uno Stato), essendo la lingua una rappresentazione diretta, esplicita e condivisa dell'essenza e dell'unità di un popolo (in qualche caso anche di un'etnia all'interno di una nazione "estranea"). Si possono fare mille esempi, ne basti uno per tutti: qualunque rivendicazione di indipendenza (anche quando un po' forzata) non fa a meno di invocare una propria specificità linguistica, fino a rivendicarne (in Italia) un riconoscimento formale nell'educazione scolastica (l'idea del recupero dei dialetti nelle scuole "padane": probabilmente il caso più blando) o ad ottenerne l'uso nei documenti ufficiali (il tedesco nei documenti pubblici, magistratura compresa, in Alto Adige: il caso più estremo). Ma la lingua è anche un'arma per costruire e mantenere distanze di classe come sottolineava Manzoni stesso "la complicanza misteriosa è la più antica forma di potere" Senza affrontare il problema della lingua (e della comprensione della stessa come elemento realmente unificante oltre che come strumento di democrazia) è illusorio porsi questioni di accessibilità, nell'errata supposizione che la possibilità di raggiungere ed utilizzare le informazioni della PA sia solo un problema di standard di rete o di digitalizzazione di testi o di rifacimento dei sistemi informativi oggi troppo complessi. Il primo freno è il linguaggio scostante della burocrazia, che, sommato all'alto livello di analfabetismo esistente, produce uno scollamento ed un senso di estraneità (reciproco!) tra strutture pubbliche e cittadini utenti. A proposito della costruzione dell'unità e della lingua nazionale, è di un certo interesse approfondire l'avvio dell'"invenzione" della lingua italiana, non naturalmente né spontaneamente allineatasi allo "standard" fiorentino, dalla seconda metà del XIX secolo, a prescindere dagli effetti livellatori, ma assai recenti, della televisione. Il problema della lingua non è una specificità italiana ma vale in tutto il mondo. Due esempi per tutti: la Grecia e la Germania. In Grecia il Primo Ministro Rallis, eletto a furor di popolo appena dopo la caduta della dittatura dei colonnelli (1967-1974) e il ritorno della democrazia, ritenne una questione nazionale, da affrontare immediatamente anche con provvedimenti legislativi, la semplificazione della lingua. In Grecia erano presenti due lingue ben distinte, quella ufficiale (non imputabile ai colonnelli ma di tradizione più antica) e quella popolare, cioè quella parlata (e scritta, per esempio dai giornali popolari e dagli scrittori non di regime). Le due lingue, pur conviventi, erano piuttosto diverse, fino ad avere vocaboli, strutture grammaticali e sintattiche piuttosto differenziate. Al punto che la conoscenza della lingua ufficiale (dovuta in tutti gli atti pubblici di qualsiasi tipo) era limitata ad un gruppo assai ristretto di persone, praticamente coincidente con la struttura burocratica dello Stato (parlamentari compresi). L'iniziativa di Rallis, sviluppatasi nel tempo anche ben oltre dopo la sua scomparsa, è riuscita praticamente ad abolire la lingua inutilmente paludata, senza, naturalmente, banalizzare o impoverire la forza semantica della lingua parlata. Un caso interessante è la Germania, dove era (ed è ancora) percepibile nell'accento e nella scelta delle parole (auliche e un po' pompose in un caso, più dirette e semplici nell'altro) la differenza nella storia delle due parti che l'hanno composta nel passato recente. Epperò, fra la Germania e l'Italia c'è stata una grande differenza nell'approccio al problema: "Ieri sarà quel che domani è stato": così, sibillino e allusivo, Günter Grass, premio Nobel per la letteratura, apre un suo romanzo-saggio storico, in bilico tra il passato e l'attualità, tra la Germania del 1647 distrutta dalla Guerra dei Trent'anni, occupata e frazionata e la Germania del 1947, nuovamente occupata e divisa in province prive di una capitale. Luglio 1647: atipici pellegrini si riuniscono a Telgte, città
santuario della Westfalia; sono poeti, scrittori, editori provenienti
da ogni parte dell''Impero, radunati da un poeta, Simon Dach, per
seguire i negoziati di pace, leggere e discutere le loro opere. Germania 1947: attorno allo scrittore Hans Werner Richter si riuniscono giovani autori, editori, critici - il Gruppo 47 - per discutere lo stato della letteratura dopo Hitler, e quello della lingua da salvare come fonte di identità, ultimo elemento di coesione tra le Germanie, e da purificare dalle strumentalizzazioni naziste. Senza scegliere, però, un modello perfetto ed immobile (inumano), ma un aggregato di capacità anche evolutive garanti della vitalità dello "strumento".
(pagina aggiornata al 24/04/2000) |
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