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Il ruolo di A. Manzoni, di G. Carducci e di G. Ascoli nel dibattito postunitario Da: Storia d'Italia, Vol. 4., Dall'unità ad oggi, Tomo 2., Alberto Asor Rosa, La cultura, Einaudi, Torino, 1975, pagg. 903-907, estraiamo il testo che segue. Le parti in corsivo o in grassetto, così come i paragrafi finali dopo la riga di separazione, non fanno parte del testo originale né hanno riferimento alle opinioni dell'Autore del brano, ma sono commenti e sottolineature grafiche della Redazione di questo web. [ ] Non dovremmo sforzarci di spiegare ora [ ] quanto il problema linguistico dovesse apparire, nei decenni postunitari, di rilievo fondamentale per le sorti della nostra cultura e della nostra nazione: esso costituiva, infatti, parte integrante della questione dell'unità nazionale, vista in tutti i suoi aspetti: come forma del rapporto fra le classi o, in questo senso, del rapporto fra la ristretta minoranza degli italiofoni e la enorme maggioranza dei dialettofoni; come espressione delle difficoltà di comunicazione e di comprensione intellettuale e culturale fra le diverse regioni d'Italia, spesso separate, oltretutto anche dalla reciproca incomunicabilità linguistica; [ ] (la distribuzione "scientifica" (per legge) dei soldati di leva (che hanno avuto ed hanno anche funzioni di ordine pubblico), fino a pochissimi anni fa dislocati ben lontani dalla proprie Regioni di origine, a prescindere dalle problematiche strettamente militari di fronteggiamento del nemico che viene dall'Est, cosa piuttosto recente nel panorama storico, era nata per favorire l'integrazione o piuttosto per evitare pericolose forme di comunicazione e di compartecipazione a eventuali (ma nemmeno tanto) moti rivoltosi? Naturalmente poi, come molte altre leggi, è rimasta in vigore per molto tempo dopo che la sua ratio (noi propendiamo per la seconda) era svanita nel nulla). In questo modo l'esigenza di rinnovamento culturale, anche se profondamente avvertita, rischiava di muoversi in un circolo vizioso: a intenderne la necessità erano - ovviamente - in pochi; ma questi pochi parlavano e scrivevano una lingua che nessuno comprendeva, al di fuori della loro cerchia; alla fine del processo, il rinnovamento culturale non avrebbe riprodotto altro che, astrattamente, se stesso, lasciando fuori della propria cerchia tutti coloro ai quali, almeno a parole, era più direttamente e urgentemente rivolto. Occorre dire che le soluzioni proposte e applicate furono numerose. Ci interessa registrarle brevemente, in quanto espressioni di altrettante proposte culturali complessive, dietro le quali, a loro volta, si celavano atteggiamenti politici e intellettuali di fondo. C'era, innanzitutto la proposta manzoniana d'individuare nel fiorentino parlato ai giorni nostri un modello unitario facilmente identificabile, e quindi efficace, oltre che del prestigio nazionale conferitogli dalla coincidenza pressoché assoluta tra tradizione culturale italiana e tradizione linguistica toscana (per taluni, più precisamente, fiorentina). Veicolo di questa proposta furono diversi scritti ed iniziative; ma di particolare rilievo [ ] fu la relazione Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, stesa da Alessandro Manzoni per conto di una commissione [ufficiale] e presentata al Ministro della Pubblica Istruzione E. Broglio nel 1868. Essa apparve in diversi quotidiani e periodici e suscitò vivacissime discussioni. La secca, ma lucida ed efficace mentalità del razionalistico Manzoni è bene espressa da un passo della suddetta relazione in cui si assicura che, nonostante tutte le prove in contrario, esiste un mezzo atto ad assicurare l'unità della lingua italiana, e questo è: "che uno degl'idiomi, più o meno diversi, che vivono in una nazione, venga accettato da tutte le parti di essa per idioma o lingua comune " A sostegno di questa affermazione vengono richiamati gli esempi del latino e del francese: del tutto sottovalutando però il fatto che, in ambedue i casi, il prevalere di un idioma su tutti gli altri compresi nello stesso organismo politico unitario era avvenuto attraverso un processo secolare e fondandosi su delle buone ragioni storiche, politiche e sociali, non tutte presenti nel rapporto fra tradizione linguistico-culturale fiorentina e sviluppo storico della nazione italiana. In questo modo, il problema di realizzare un nuovo linguaggio nazionale, al livello delle ambizioni culturali e civili dell'Italia unita, veniva posto brutalmente in termini di "sostituzione", cioè a ben vedere di "conquista" (di un linguaggio su tutti gli altri, di un gruppo di regioni su tutte le altre, del ceto colto sul resto del paese): "Ognuno, infatti, che non sia preoccupato da opinioni arbitrarie e sistematiche, intende subito che, per poter sostituire un linguaggio novo a quello d'un paese, bisogna prendere il linguaggio di un altro paese ". Non restava perciò alcun margine né all'inventiva dei parlanti né alla stessa legittimità storica del principio di evoluzione delle lingue: un linguaggio si poteva prendere o rifiutare solo per intero, come un assioma razionalmente organizzabile: " tutti o quasi tutti quelli che negano al toscano la ragione di essere la lingua comune d'Italia, gli concedono pure qualcosa di speciale, una certa quale preferenza, un certo qual privilegio sopra gli altri idiomi d'Italia. Con che, per verità, dànno segno di non avere una chiara e logica nozione d'una lingua; la quale non è, se non è un tutto; e a volerla prendere un po' di qua e un po' di là, è il modo d'immaginarsi perpetuamente di farla, senza averla fatta mai"; nel che è da vedere, probabilmente, anche il limite propriamente scientifico di questa teoria (profondamente antistorica e antievolutiva), così come, nelle affermazioni precedenti, è da apprezzare la fine saggezza politico-culturale di chi sa che le "buone ragioni", anche quando sono cattive, hanno bisogno di un piano ben definito e di un braccio secolare potente per imporsi. In questo caso l'unità linguistica veniva perseguita attraverso una rigida normativa, di cui si facevano veicolo sia strumenti tecnici, come i vocabolari, sia l'uso letterario, il più possibile uniformato attraverso l'imitazione del grande modello letterario, sia la scuola, attraverso cui veniva fatto fluire l'insegnamento linguistico di tale modello, con la lettura sempre più generalizzata dei classici di lingua e dei Promessi Sposi, ma anche con particolari accorgimenti pedagogici ed organizzativi (sempre secondo la proposta suddetta di Manzoni, che precede di poco l'avvio dell'obbligo scolastico elementare, legiferato, con alterne vicende, nel 1877), compreso l'avvalersi, nelle scuole primarie, di "insegnanti di Toscana, nel maggior numero possibile, o anche educati in Toscana", di "esclusivamente toscani, ove ce ne sia, per le cattedre di lingua nelle scuole magistrali e normali"; di approntare "abbecedari, catechismi e primi libri di lettura nelle scuole, scritti o almeno riveduti da Toscani sempre con la mira di cercare la diffusione della lingua viva"; di "delegare ufizialmente a persone competenti" nelle città sedi delle più importanti magistrature, il compito di rivedere "non solo qualunque iscrizione, avviso o insegna devasi esporre in pubblico, ma anche le notizie che gli uffici regi o municipali forniscono ai giornalisti, per le loro cronache quotidiane". A proposito dei vocabolari, in quegli anni cominciò ad apparire il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze, (1870-1897, in 4 volumi), compilato da E. Broglio (già Ministro della Pubblica Istruzione e committente dello studio manzoniano di cui sopra) e G. B. Giorgini, genero di Manzoni. Da esso prese polemicamente spunto il linguista G. Ascoli [fra i primi ad affrontare i fenomeni linguistici con un approccio scientifico moderno] per aprire il suo "Archivio Glottologico Italiano" con il Proemio dove discuteva, con una certa ironia, la legittimità di sostituire la forma "nuovo", affermata universalmente nella lingua italiana da secoli e secoli e derivante da un processo preciso e scientificamente ben individuabile di evoluzione del latino, con la forma "novo", invalsa nel fiorentino moderno. Si tendeva, in altri termini, a cancellare sempre di più la differenza tra lingua colta e lingua parlata, privilegiando la prima nei confronti della seconda e schiacciando sotto il peso di una condanna senza appello tutti i dialetti. Non è difficile capire che questa soluzione considerava l'unità linguistica della classe dominante presupposto di ogni successivo allargamento della sfera di tale unità: corrispondeva, quindi, al di là di alcune sostanziose posizioni ideologiche cattoliche, di cui era portatrice, ad un processo di unificazione nazionale essenzialmente centralistico ed autoritario; ed aveva dalla sua, oltre il prestigio innegabile del suo primo sostenitore, Alessandro Manzoni, autore di un'opera di assoluto rilievo ideologico e formativo come I promessi sposi, anche la capacità di collegare un certo sapore moderno e popolare (populista?) della proposta (il modello era rappresentato, come abbiamo detto, dalla lingua parlata attualmente dal popolo fiorentino) alla grande tradizione culturale italiana del passato (motivo che [ ] è considerato essenziale da quasi tutti i settori dello schieramento culturale italiano di quegli anni). Non è sottovalutabile, inoltre, il fatto che proprio la sua natura artificiale e in qualche misura antistorica le conferiva qualche chance in più rispetto alle soluzioni concorrenti: infatti essa aveva il vantaggio di muovere da una linea chiara, ben definita e facilmente teorizzabile, e di suggerire il convincimento di una riuscita a portata di mano e programmabile in un lasso non troppo lungo di tempo. L'ostilità carducciana alla soluzione fiorentina muoveva non meno da motivazioni letterarie e di gusto che da un deciso atteggiamento ideologico. Carducci avvertiva chiaramente che nel "popolarismo" manzoniano c'era molta ideologia cattolica. Si trattava per lui, dunque, di un popolarismo paolotto, non ignoto, del resto, ad altri momenti importanti della nostra vita culturale passata (ed altri esempi ce ne sarebbero stati in futuro, in pieno Novecento). A questa proposta egli reagiva dunque innanzitutto richiamandosi ad un diverso concetto, ad una diversa idealità di popolo, di stampo democratico e giacobino, tuttavia, mai forse come sul terreno linguistico le interne contraddizioni e i limiti di tale concetto e di tale idealità risultarono più evidenti. In pratica Carducci non si pone neanche il problema del dualismo linguistico profondamente persistente ai suoi tempi in Italia: la lingua che lo interessa e che egli pratica è una sola, quella della comunicazione letteraria; su questa unicamente agisce, propugnando il suo ideale di una lingua cinquecentesca, redenta dalla barbarie medioevale, e di una lingua moderna, filtrata attraverso tutte le esperienze del classicismo e depurata da tutte le abiette contaminazioni in essa verificatesi dopo quel "secolo d'oro". Una lingua sostanzialmente aristocratica (anche se di orientamento ideologico "democratico"), che dunque puntava anch'essa sull'unità preliminare della classe colta, concependola però essenzialmente in termini di redenzione ideologica e nazionalistica, e che trovò la sua fortuna, sebbene in un ambito più circoscritto di quella precedente, nel riallacciarsi agli ideali politico-culturali e tout court politici di una frazione importante della classe dirigente, ormai separatasi dal ceppo cattolico-liberale del fiorentinismo manzoneggiante. (infatti riassorbito dalla cultura dominante prima della fine della sua vita). Anche G. Ascoli, beninteso, e lui forse più consapevolmente degli altri, punta sull'unità linguistica della classe colta come condizione per procedere a più sostanziosi allargamenti della stessa unità linguistica nazionale. Non poteva essere diversamente, del resto, ed anzi, proprio nella decisione con cui egli respinge la falsa "popolarità" delle altre soluzioni proposte, risalta meglio la lucidità storica del suo punto di vista. Però egli considera questa unità linguistica come un processo, e non come un dato, come il risultato finale di una azione culturale complessa, con ogni probabilità molto lunga, e non come un'astratta normativa: e rovescia quindi, decisamente, l'impostazione intellettuale stessa dei suoi contraddittori. Intendiamoci: l'Ascoli riconosce che alla base del fiorentinismo c'è un'esigenza giusta, e cioè quella "di dare all'Italia una lingua, poiché ancora non l'ha": esso cioè è profondamente inserito nella problematica politico-culturale del suo tempo, che, come abbiamo accennato, faceva della lingua un fattore essenziale di unità non solo culturale, ma politica. Tuttavia, egli, diversamente dagli altri, pone innanzitutto il quesito perché l'Italia non l'abbia, questa lingua, a differenza, ad esempio, della Francia e della Germania. Il caso della Francia è assolutamente lontano da quello italiano: lì agisce da secoli un potente centro unificatore, che è Parigi; da quel centro vengono la politica, le istituzioni statali, la cultura della nazione francese; è normale che ne venga anche la lingua. Più vicino a noi, forse, il caso della Germania, sebbene questa abbia avuto alle origini quel gran fatto unitario che fu l'esperienza linguistica di Lutero, la quale non provocò, ovviamente, l'unità linguistica immediata della nazione, ma ne pose almeno le condizioni. Nel resto della sua storia, però, la Germania ha indubbiamente dei punti di contatto con l'Italia: l'assenza, ad esempio, per lungo tempo di un centro politico unificatore e l'importanza, di conseguenza, della cultura nella realizzazione sia dell'unità linguistica sia dell'unità ideale della nazione. L'Ascoli si chiede cosa sarebbe accaduto "se l'Italia si fosse potuta mettere, molto più risolutamente che pur non abbia fatto, per una via non disforme da quella che la Germania ha percorso". La risposta è di sommo interesse. Egli non toglie nulla, come non sarebbe possibile togliere nulla in Germania alla funzione svolta da Lutero, al privilegio acquisito dal fiorentino all'interno della tradizione culturale italiana: infatti "il tipo fonetico, il tipo morfologico e lo stampo sintattico del linguaggio di Firenze si erano indissolubilmente disposati al pensiero italiano, per la virtù sovrana di Dante Alighieri"; e di conseguenza e in ogni caso "il tipo della lingua italiana sarebbe sempre rimasto non solo toscano, ma sì propriamente fiorentino". Ma quello che sarebbe cambiato è il grado di apertura linguistica del modello fiorentino, non più misurato sulla base di un'astratta fedeltà puristica al primitivo centro di irradiazione (atteggiamento che è anche espressione di una ristrettezza mentale e culturale profonda), bensì sulla base della sua congruenza alle necessità del pensiero da esprimere (e quindi di una cultura via via rinnovantesi ed arricchentesi in un rapporto sempre nuovo e fecondo con il reale): "Ma tutto quanto non contravvenisse al tipo, e fosse paesano e trovato acconcio o preferibile nella gran conversazione delle intelligenze nazionali, datesi ad un'attività sempre più estesa e più intensa e svariata, sarebbe passato per non meno o più legittimo di ciò che spettava al fondo fiorentino, e che a questo si sarebbe contenuto, e l'avrebbe in vario modo (e di certo non lievemente) modificato. Si sarebbe rispettata e voluta una libertà naturale e necessaria, ugualmente rimota dalla superstizione e dalla licenza; e non v'ha nessuna parte del linguaggio per domestica, o volgare, o confidenziale che sia, la quale non avesse potuto o dovuto risentirsi della schietta fusione delle genti italiane" Come mai, allora, l'Italia non ha raggiunto quell'unità linguistica (cioè [ ] quell'"unità di pensiero") a cui pure la Germania, nonostante tutti gli ostacoli, è pervenuta? La risposta di Ascoli tocca [ ] uno dei problemi di fondo della nostra costituzione culturale dopo l'unità: la differenza fra la Germania e l'Italia dipende "da questo doppio inciampo della cultura italiana: la scarsa densità della cultura e l'eccessiva preoccupazione della forma", ossia la "scarsità del moto complessivo delle menti" e le "esigenze schifiltose del delicato e insanabile e irrequieto sentimento della forma". In altri termini, l'unità linguistica, come corrispettivo e stimolo dell'unità di pensiero, non poteva formarsi in Italia fin quando la cultura fosse stata patrimonio di ristrette élites, del resto anch'esse al loro interno moderatamente e inegualmente colte, e fin quando la preoccupazione degli scrittori e dei letterati di produrre forme squisite ed impeccabili avesse prevalso sull'esigenza di dir cose e non parole. Acutamente Ascoli faceva notare che, mentre Manzoni aveva apportato un formidabile contributo allo sviluppo antiretorico della letteratura italiana, nel fiorentinismo dei suoi imitatori tornava a manifestarsi "un nuovo eccesso dell'Arte" cioè la volontà, spesso inconscia, di sottomettere l'uso concreto della lingua da parte di uno scrittore a regole infallibili e perciò inattaccabili. Costoro intendono il linguaggio "non come una cute che sia il portato dell'intiero organismo nazionale, ma come una nuova manica da infilare " [ ]
Come la scelta del fiorentino "puro", non contaminato dalla realtà, finisce con essere una scelta di ingessatura (strumentale) della comunicazione, a prescindere dalla volontà del proponente (Manzoni), così la PA, come "istituzione totale", finisce con avere come scopo primario quello di frenare le intelligenze e le fantasie, invece di sfruttarne la molteplicità, a tutto vantaggio della rigidità procedurale fine a sé stessa. A ciò si aggiunga l'irresistibile ascesa del Diritto Amministrativo, iniziata dalla profonda trasformazione dei Corsi di Laurea in Giurisprudenza (ansiosi di differenziarsi dagli altri corsi umanistici), insieme ad una consapevole politica di arginamento delle professionalità tecniche nei Ministeri, che porta la Giunta generale del bilancio della Camera, nel 1913, a sostenere:
Il Diritto amministrativo divenne così la "regina delle prove" concorsuali, a scapito di qualsiasi altro tipo di professionalità. Gli Enti territoriali si adeguano assai rapidamente alle stesse modalità di organizzazione del lavoro. L'effetto è ancora fortemente presente: da una recente indagine statistica emerge che più del 50% dei Dirigenti pubblici in Italia sono laureati in Giurisprudenza, mentre, per esempio, in Francia (a proposito di differenze) la suddetta disciplina riguarda non più del 5% dei dirigenti, lasciando così ampio spazio alle altre specializzazioni.
(pagina aggiornata al 20.06.2000) |
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