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Intervento del Prof. Valentino Castellani, Sindaco di Torino La riflessione che voglio proporre è basata su tre parti: [la prima è] una breve introduzione per spiegare quali sono secondo me, oggi, le opportunità che un sistema urbano può mettere in campo per affrontare molti dei problemi che sono stati delineati [negli interventi precedenti]. La seconda parte riguarderà una brevissima carrellata sulle esperienze che abbiamo fatto e che stiamo facendo nella nostra città e che quindi ci danno lo spunto per essere soggetti propositivi e non solo soggetti che guardano e osservano e aspettano che qualcun altro [dia] delle indicazioni. [Infine] vorrei concludere con alcune proposte. A me pare di dover partire da questa osservazione: le grandi città, i sistemi urbani, oggi, sono il punto più sensibile di ingresso degli effetti che la globalizzazione porta nell'organizzazione della convivenza, nell'organizzazione industriale, nell'organizzazione sociale. Fenomeni come l'immigrazione, la deindustrializzazione, la terziarizzazione dei servizi, cioè tutti i grandi fenomeni che osserviamo nei contesti urbani, hanno effetti di trincea: avvengono prima lì [nelle grandi città] e poi fanno sentire i loro effetti sui sistemi territoriali, in maniera più o meno attenuata via via [che ci allontana], quasi per cerchi concentrici. Ma il nodo del sistema territoriale, il punto di ingresso di questi effetti, sono le città. Quindi le città sono il luogo in cui -se si vuole- non [solo] si possono [ma] si debbono sperimentare le innovazioni. In questo contesto io sono sempre stato convinto, ma me ne sono convinto ancor di più facendo il sindaco da un po' di anni ormai, che o le PA assumono in prima persona un ruolo di regia e di guida dei sistemi territoriali, ciascuna con le proprie competenze e con le proprie relazioni funzionali con le altre, oppure il sistema territoriale diventa un aggregato caotico di azioni scoordinate. Non c'è nessun altro soggetto, al di fuori della amministrazioni pubbliche, che possa assumere questo ruolo, perché non c'è nessun altro soggetto in democrazia che è titolato ad avere questo ruolo di rappresentanza generale. Qual è l'occasione più importante per le PA oggi per assumere questo ruolo, per fare -come si dice- sistema? Secondo me è il federalismo amministrativo. Le riforme Bassanini vanno viste, a mio giudizio, in questo quadro: sono a Costituzione costante e quindi, [nel quadro de]gli strumenti giuridici e ordinamentali con i quali possiamo [già] operare, sono la più grande e la più strepitosa occasione di fare sistema tra le PA, [che possono] diventare [così il] motore di un sistema territoriale. Questa è la logica. Perché le riforme Bassanini e l'operazione del federalismo amministrativo sono ormai alle corde ed hanno il fiato corto (noi sindaci è da parecchio tempo che lo stiamo dicendo) perché la condizione fondamentale per fare sistema e per rispondere alle aspettative di questa riforma, è quella di assicurare in maniera efficace la circolazione dei flussi informativi. Se le PA non fanno sistema tra di loro, nella circolazione dei flussi informativi, tutto il resto non funziona [e la riforma] diventa un opzione intellettuale. Se posso dirla in altro modo, a me pare che finora questo processo di riforma ha avuto, per quello che ne posso capire, buoni fondamenti di cultura giuridica, quasi nessun fondamento di cultura sistemica e una assenza totale di cultura della prossi-mità o della sussidiarietà, [che sta] annidata dappertutto, nello Stato in primo luogo e nelle Regioni a maggior ragione, ma non [sta] negli Amministratori, nella cultura burocratica e giuridica e -se volete- [ne]anche nei Comuni: non [sto dicendo infatti] che noi siamo innocenti. Ma questo è un discorso che riprenderò nelle conclusioni. A me pare che -come sempre capita nel nostro paese- noi siamo abbastanza bravi come avvocati (anzi a Torino siamo bravissimi in questo terreno), siamo meno bravi come ingegneri, nel senso collettivo del termine, cioè a livello di cultura sistemica, e siamo pessimi come burocrati. La Città di Torino, secondo me, intesa nel senso della sussidiarietà, cioè come luogo nel quale interagiscono anche le altre istituzioni pubbliche, questo luogo urbano e fisico nel quale ci troviamo, per azione di tutti i suoi operatori, da quelli universitari a quelli dell'amministrazione pubblica, ha avuto fin dalla fine degli anni '70 una grande intuizione; [con la costituzione del] Consorzio per il Sistema Informativo dell'area territoriale. … (passaggio mancante) … Alla fine degli anni '70 questo era un discorso di un utopia accademica; io ricordo molto bene che alla fine degli anni 70 l'hardware ancora non c'era perché l'informatica distribuita non esisteva ancora. Alla fine degli anni 70 si facevano ancora le code alle perforatrici delle schede per accedere ai sistemi informativi; ma, a quel tempo, questa Regione, questa cultura, guardò in avanti: tutte le istituzioni pubbliche, i soggetti universitari guardando molto avanti si diedero questo orizzonte, le cui premesse furono messe in quegli anni. Il Presidente Viglione, allora Presidente della Regione, alla cui memoria io devo rendere omaggio, fu un grande precursore, così come Sergio Borgogno, allora Asses-sore al Comune di Torino, che ebbe lo stesso tipo di intuizione, e molti altri. Da quegli anni sono nate, in questa realtà, molte cose e molte esperienze, frammenti di un mosaico, che ora è arrivato il momento di ricomporre. Nel breve tempo che ho a disposizione non ho la possibilità di analizzare le esperienze che abbiamo fatto e che stiamo facendo, perché fare un elenco in genere è riduttivo: quasi sempre si impara di più andando a vedere una [sola] esperienza in particolare, fino in fondo, magari individuandone soprattutto gli errori, perché è dagli errori che si impara, molto più che non dai successi. Alcune [cose] però le voglio ricordare, anche solo per dare un'idea della ricchezza dell'esperienza che abbiamo fatto in quest'area [territoriale]. Innanzitutto, tutte le Amministrazioni pubbliche, ma in particolare la Città di Torino, in questi ultimi quindici anni, hanno sostanzialmente rovesciato la prospettiva delle architetture hardware sulle quali lavorano. La Città di Torino, oggi, ha un'architettura distribuita che collega più di 4000 posti di lavoro su quasi un centinaio di sedi decentrate, con interconnessioni che coprono tutta la gamma delle velocità di collegamento, dai classici 64 Kb/s delle ISDN ai 2 Mb/s del collegamento su fibra. E' una realtà costruita con un'architettura distribuita, cablata, pronta a ricevere la vera sfida, perché come sempre (oramai chi ha un po' i capelli grigi come me di esperienze in questo genere ne ha viste tante) come sempre -dicevo- l'hardware non significa quasi nulla, è solo una condizione necessaria [ma non sufficiente]. Se andiamo a vedere i grandi progetti, giustappunto degli anni 70 [osserviamo] che abbiamo riempito la PA di hardware ma poi non abbiamo fatto niente altro. Forse così abbiamo dato una mano all'industria nazionale, o (col senno di poi) forse nemmeno quello, visto il punto a cui siamo arrivati. E quest'area territoriale sa benissimo cosa voglia dire ciò. Sull'hardware quindi siamo al top. Abbiamo [inoltre] alcune esperienze molto importanti e interessanti, per esempio il sito Web della Città di Torino, che l'anno scorso ha ricevuto il primo premio de "il Sole 24 Ore" come il miglior sito della PA. Il sito Web della Città oggi si sta attrezzando per rendere possibile l'accesso diretto degli utenti alle informazioni contenute negli archivi gestionali della città, quindi per dare visibilità, per esempio, all'iter delle pratiche edilizie, per dare l'accesso alle informazioni territoriali ed alla cartografia numerica, insomma per rendere trasparente l'attività gestionale, che così è più vicina ai bisogni dei cittadini e dei soggetti giuridici che operano sulla città. [Un altro impegno è che] fin dal '97 stiamo collaborando con il Ministero delle Finanze per l'aggiornamento delle banche dati catastali. Questa è una sofferenza tragica per i Comuni: quando incontro i miei colleghi Sindaci, malgrado tutte le sfide che abbiamo davanti, non si parla quasi d'altro. [E ancora] stiamo sperimentando la firma elettronica e, con l'accordo che abbiamo fatto con Telecom Italia nell'ambito del progetto Torino 2000, stiamo facendo un'esperienza interessante della quale probabilmente parlerà anche il Provveditore agli Studi: 50 scuole torinesi, 15.000 ragazzi e ragazze, 1.500 insegnanti stanno imparando a "progettare" con un'interlocuzione reciproca attraverso i mezzi e le tecnologie dell'informazione. [E poi c'è] l'esperienza importante dello Sportello Unico che abbiamo avviato sin dai mesi di aprile-maggio scorsi, dove -per la verità- non c'è solo il front end. La cosa importante (che ho visto parlando anche con i miei colleghi) è che in molti posti (ma non è una critica questa che faccio) lo sportello unico è solo un front end, il cui back office non c'è ancora, e quindi il front end dà solo l'illusione che dietro ci sia [una qualche struttura organizzata]. [Anche solo questo] è già qualcosa, perché è importante avere accesso a un punto unico e non dover costringere gli utenti a fare in prima persona gli integratori della procedura. Però quelli che conoscono che cos'è lo sportello unico sanno benissimo che, se nel back office dello sportello unico la procedura non è integrata a livello di strutture e di flussi informativi, [si arriva a] un risultato solo: che il sindaco di quel posto (siccome la responsabilità dello sportello unico è del sindaco) sarà -come sempre- crocifisso, perché tutte le proteste verranno rivolte a lui. La cosa importante che abbiamo fatto sull'esperienza dello sportello unico, in collaborazione con la Regione e con la Provincia, è stato di mettere a disposizione di tutti gli altri Comuni piemontesi, attraverso la Rete regionale, la conoscenza che abbiamo accumulato nel metterlo in piedi nella Città di Torino. Cosa voglio dire con questi esempi, nei quali peraltro non posso entrare più di tanto nel merito? Che noi abbiamo perseguito in questa città, fin dalla nascita dalla fine degli anni 70 del Consorzio per il Sistema Informativo, un'impostazione assolutamente aperta, con l'idea di costruire, magari faticosamente, una logica di sistema unitario. A questo punto voglio esprimere un paio di preoccupazioni generali, che affido al Dr. Rao [coordinatore nazionale del Forum per la Società dell'Informazione], su questa nostra esperienza e sulle aspettative che abbiamo. Le iniziative, di cui stiamo sentendo una parziale descrizione questa mattina, sono sicuramente in controtendenza, ma il discorso [che sto facendo] non è rivolto alle persone che sono qui, sulla cui affidabilità e sulla cui cultura non ho dubbi, ma è fatto proprio per rinforzare [la loro posizione]: io credo che manchi ancora una regia complessiva, a livello centrale, di questo processo di costruzione decentrata e territo-riale dei sistemi informativi. Non si riescono a cogliere -o si colgono con molta fatica- le opportunità che vengono offerte da situazioni locali favorevoli; e la ragione di questo, secondo me, sta nel fatto che, nella cultura degli apparati centrali, siano essi apparati dello Stato o gli apparati delle Regioni, che spesso sono peggiori di quelli dello Stato - non parlo del Piemonte ma in generale- nella cultura degli Apparati Centrali, dicevo, c'è ancora una tendenza alla visione del decentramento come qualcosa che scende dall'alto: "Io ho tutto, io apro il rubinetto e te ne do il meno possibile", mentre invece io credo che la cultura della sussidiarietà valga anche per i sistemi informativi. Bisogna che le informazioni siano gestite al livello più possibile vicino a chi le deve utilizzare. Un sistema informativo ben architettato ha diversi livelli di visibilità: parte dal basso, ha un livello di visibilità un po' più aggregato per l'Amministrazione che interviene al livello superiore e così via verso l'alto. Se viene pensato e costruito nella logica opposta, cioè nella logica di chi detiene tutta l'informazione in alto e ne spilla in basso via via un pezzettino (una logica che conosciamo) allora si fanno e si continuano a mettere in campo progetti di settore che non integrano i problemi sul territorio. Questa è la logica ancora dominante. Capite che la nuova impostazione richiede una condizione pregiudiziale [e cioè] che è indispensabile l'apertura e la condivisione di tutti gli archivi pubblici. Ci sono molti luoghi nei quali oggi si brandisce il principio della privacy in maniera assolutamente inconcepibile: il discorso della privacy (le anagrafi) viene brandito come un'arma per difendere il potere di conservare le informazioni, non per proteggere il cittadino o l'impresa, perché la tecnologia offre mille modi per proteggere la privacy. Questo vale per i Comuni, ma vale per tutti. Se non si attraversa questo passaggio non si fa un passo avanti significativo; così come non si fa un passo avanti significativo se non si organizzano, in breve tempo, regole per protocolli unificati e per la diffusione della firma digitale. Tutte le procedure amministrative passano attraverso quella porta stretta: se non c'è un protocollo unificato di gestione di quell'aspetto formale, che peraltro è importante, non si riescono a integrare nei sistemi informativi le procedure che si devono gestire. Questo mi porta rapidamente alla conclusione [ed alle cose] che voglio proporre. Io credo che il Forum e anche l'incontro di questa mattina siano utili per scambiare idee, raccogliere proposte, coinvolgere persone, ecc., però vedo anche che in questa sala siamo in tanti ad avere i capelli grigi. Ormai sono 20 anni che parliamo di queste cose. 20 anni fa erano un sogno ed una prospettiva interessante anche dal punto di vista intellettuale; oggi ci sono tutte le premesse per farne un progetto. Ma che cos'è un progetto? Un progetto richiede che si metta sulla scala dei tempi l'inizio e la fine, che si dica quali sono le risorse disponibili, che si dica quali sono i soggetti attuatori. Ogni progetto, in una questione complessa come questa, passa attraverso fasi di sperimentazione e di prototipazione. Non si immette sul mercato, non si immette nel corpo vivo di un'organizzazione complessa come quella dello Stato, nessuna azione che non sia passata attraverso un passaggio di sperimentazione, in cui, come dicevo prima, anche gli errori contano, anzi, soprattutto quelli, molte volte insegnano. Io credo che dopo i cinque seminari importanti che il Dott. Rao ci ha descritto fatti nei giorni scorsi in varie città, è arrivato un momento in cui si passi alla fase di pro-getto, con tutti i requisiti canonici di un progetto. Ed io, come ha fatto il Presidente della Regione, come presumo farà il Presidente della Provincia, come Sindaco di questa Città, dico che Torino, intesa come sistema territoriale, ha tutti gli elementi ed ha tutta la capacità e la determinazione per candidarsi ad essere un'area di sperimentazione, vera, sul campo. Sono naturalmente necessarie alcune decisioni. E' necessario che a livello centrale noi si abbia un rapporto unificato con le strutture operative, perché non possiamo interfacciarci in maniera frammentata con tutte le strutture ministeriali. Bisogna, cioè, che la sperimentazione abbia un'interfaccia centrale [unificata] di dialogo, che sia una struttura realmente operativa, bisogna che ci siano degli incentivi concreti, cioè che vengano messe in campo delle risorse. Noi faremo la nostra parte ma bisogna che ci siano delle risorse reali, per esempio bisogna mettere in campo un piano di formazione [per il personale della PA] importante, vero. Io sono convinto che l'elemento più arretrato, non per motivi perversi, ma per questioni ovvie ed oggettive, sia la cultura media che troviamo dentro le PA, che è una cultura drogata di formalismo giuridico. Quando dico drogata non voglio dire che la cultura giuridica non ci debba essere, ma quando c'è un overdose di cultura giuridica allora la cultura sistemica di cui parlavo viene completamente cancellata e [diventa] un optional, mentre invece è un paradigma fondamentale. Inoltre bisogna che ci sia un'azione decisa per affermare, nei fatti, il principio di pubblicità del dato pubblico; perché se non c'è l'affermazione forte del principio di pubblicità del dato pubblico con la piena condivisione degli archivi, rispetto al discorso che facevo prima, ci si fermerà davanti a quella difficoltà e allora troveremo tutte le ragioni per non collaborare. Persino in sede ANCI, tra qualche sindaco, c'è l'idea di tenersi strette le proprie anagrafi, perché -dicono- quella è la loro competenza e quindi non si passa niente ai livelli superiori. [Infine] io penso che se noi riusciamo, come pubbliche amministrazioni, ad accettare ed a raccogliere la sfida su questo terreno strategico, allora occasioni come quella, già citata nell'intervento di Pietro Marceraro [Segretario Generale della CGIL Pie-monte], dell'organizzazione dei Giochi Olimpici invernali del 2006, ci offrono altre occasioni di sperimentazione di tecnologie e di modalità operative innovative. Pensate soltanto a tutta l'organizzazione della logistica di un evento di quel genere! La logistica vuol dire: la prenotazione per tutti gli spettatori che verranno, tutto quello che sta dietro l'organizzazione della rete dei trasporti, l'organizzazione di funzioni come lo smaltimento dei rifiuti, insomma tutte le cose che possiamo pensare; se noi, su questo, costruiamo una sperimentazione vera, questo tipo di cultura che si consolida nel nostro territorio diventa un patrimonio per dopo. Io vado dicendo in tutte le sedi, e lo dico in maniera un po' provocatoria, che tutto sommato i Giochi Olimpici invernali ci interessano meno di quanto non ci interessi il futuro della nostra Città e della nostra Regione. Allora i Giochi Olimpici invernali, che noi [naturalmente] dobbiamo servire al meglio, sono soltanto un'occasione per accelerare la realizzazione dei nostri piani strategici; e i piani strategici li scegliamo noi, sono la nostra responsabilità. Quello è uno strumento per accelerare la realizzazione non di tutto, ovviamente, ma di ciò che vi interferisce, di ciò che si interseca con l'evento olimpico, e che, da questo evento, può ricavare una forte accelerazione, così come è successo nel sistema territoriale di Barcellona [con le Olimpiadi]. Sicuramente un evento di quella complessità e di quella visibilità ha un impatto pesantissimo con le tecnologie dell'informazione e delle telecomunicazioni. Allora noi lo dobbiamo sfruttare questo impatto, per consolidarne a livello di sistema territoriale l'efficacia, con la capacità che abbiamo avuto, in questi anni, di fare serie sperimentazioni su questo terreno. Grazie. |
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