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Intervento di Paolo Subioli, CENSIS Il Censis ha più volte messo in evidenza come la Società dell'Informazione, in Italia, stesse crescendo "dal basso", ovvero prevalentemente dalle realtà locali, sul solco di quella che può essere considerata come una vera e propria vocazione di un Paese che nei localismi ha sempre trovato le risorse per creare sviluppo anche nei momenti più difficili. Tale crescita, proprio in virtù del suo carattere diffuso e spontaneo, ha avuto una connotazione del tutto particolare, soprattutto se messa a confronto con la realtà delle forze che attualmente dominano la digital economy. Innanzi tutto, è determinata da una serie di iniziative e di attori assolutamente inconsueti, specialmente se si considera che sono in gioco importanti trasformazioni sociali: reti civiche, Pubblica Amministrazione locale, università e settore non profit sono infatti i protagonisti della via tutta italiana alla information society. In ogni caso, non è stata una grande crescita. Il settore ICT ancora non riesce a condizionare in maniera incisiva la crescita economica nel suo complesso, nonostante il trend attuale del settore, stimato ormai al 15% annuo, telefonini compresi. La giovane "società locale dell'informazione", inoltre, mostra già dei limiti strutturali, sui quali sarebbe opportuno ragionare per tempo:
I governi - quelli che si sono succeduti da quando la rete ha cominciato ad allargarsi al di fuori dell'ambito accademico - non hanno fatto nulla per favorire questa crescita. Fortunatamente, si sarebbe tentati di dire, non hanno fatto nulla neanche per ostacolarla. Ma cosa può fare un governo, il nostro governo, per aiutare la società dell'informazione a crescere e a farlo nel migliore dei modi? Non moltissimo, se si considera che la comunicazione interattiva di Internet è, per sua natura, ingovernabile. Il governo può però certamente favorire, nell'ambito della rete, i processi di auto-organizzazione, tenendo bene a mente che l'orizzonte oggi può essere persino quello di una società più aperta, più trasparente e più democratica, ma nella consapevolezza che Internet non può svilupparsi compiutamente nel nostro Paese senza una vera e propria cultura della rete. Cosa sia questa cultura lo hanno sperimentato gli Enti locali, che non riescono ad inserire i servizi più avanzati, che sono arrivati a sviluppare, in un quadro organico di riorganizzazione del lavoro. La rete infatti è aperta, flessibile, trasparente, decentrata, informale, trasversale. Tutto il contrario delle nostre burocrazie. Questa tecnologia, in questo momento storico, ha una forza eversiva implicita rispetto alle organizzazioni tradizionali - lo sta dimostrando l'evoluzione dell'e-commerce - ma anche, per estensione, ai nostri modelli condivisi della cultura di governo. E' necessario, quindi, sostenere in ogni modo i processi innovativi, nella speranza di recuperare il ritardo che ci separa dal resto d'Europa, a dispetto di condizioni - anch'esse di natura culturale - assai favorevoli. In quale altro Paese, infatti, i cittadini sono animati da un'analoga pulsione verso l'auto-organizzazione, l'auto-imprenditorialità, l'auto-regolamentazione? Non abbiamo mai avuto un'autorità centrale forte e ciò costituisce indubbiamente un vantaggio, nell'era di Internet. Non bisogna, in ogni caso, avere fretta, magari illudendosi che un marchingegno tecnologico-normativo come la firma digitale possa essere in grado di rendere efficiente, dall'oggi al domani, un'Amministrazione che non lo è mai stata. Le organizzazioni hanno una cultura alle spalle che le governa e, soprattutto, sono fatte di persone, a prescindere dalle quali la società dell'informazione, come qualsiasi altra società, non potrebbe certo svilupparsi. Concretamente, e sulla base di questi presupposti, è dal livello locale che si può partire per sostenere il passaggio ad una fase più matura della società dell'informazione, dal momento che è lì che si è già sviluppato un terreno favorevole. Soprattutto laddove la Pubblica Amministrazione si sta già attivando, in concertazione con altri attori locali, per dare vita a processi di innovazione, è necessario favorire lo sviluppo di reti di governo aperte. Per capire quali possibilità si stanno aprendo, da questo punto di vista, bisogna fare riferimento alle tendenze in atto in materia di commercio elettronico, specialmente sul fronte dello e-business, ovvero delle relazioni in rete tra aziende. Un'impresa che oggi voglia mettere pienamente a frutto le potenzialità di Internet per il proprio business, dopo aver trasferito tutte le attività di gestione e comunicazione interna sulla intranet, deve permettere agli altri attori della catena del valore - dai fornitori sino ai consumatori finali - di accedere direttamente al proprio sistema informativo (al magazzino, ad esempio), in modo da limitare le intermediazioni, risparmiare risorse e velocizzare tutti i processi, dando così vita alla catena virtuale del valore (virtual value chain). Analogamente, è possibile creare reti di comunicazione e scambio tra tutti gli attori dei processi decisionali: amministrazioni pubbliche locali e centrali, associazioni di rappresentanza, enti della formazione, autorità e istituzioni varie. Tutti questi attori locali, quindi - pubblici, privati e non profit - possono creare proprie reti reciprocamente aperte e trasparenti verso l'esterno, in modo da dare vita alla Catena Virtuale del Governo o, più precisamente, dell'autogoverno, dal momento che da tale catena non potrebbero rimanere esclusi gli stessi cittadini, favoriti dall'ineludibile interattività dei nuovi media. La concertazione può essere così favorita dalla condivisione, all'interno della comunità locale, di risorse e informazioni, in modo che la rete sia utilizzata per aumentare l'efficienza dei sistemi locali, migliorare la trasparenza e favorire la cooperazione. Pertanto, per mettere il cittadino al centro della società dell'informazione, che è forse anche l'unico modo per favorirne realmente la crescita, bisogna dare al cittadino stesso la possibilità di accedere a reti che siano organiche ai centri di potere, senza i limiti che sono propri delle iniziative completamente auto-organizzate. La Pubblica Amministrazione locale deve porsi, ancora una volta, al centro di questo processo, ma per farlo deve far proprio un modo di governare nuovo, che partendo dall'importante impianto normativo sviluppatosi dal 1990 in poi - con le leggi sul nuovo ordinamento delle autonomie locali e sulla trasparenza amministrativa fino alle Bassanini - sia in grado di andare oltre, verso l'animazione di catene virtuali dei governi locali tra loro interconnesse. Tutto ciò può essere utilmente sostenuto anche a livello nazionale, con un approccio non dirigistico - sarebbe inutile - ma mirato piuttosto a creare le migliori condizioni possibili, soprattutto per ciò che riguarda la scrittura di regole nuove, la formazione permanente, il riequilibrio territoriale e il coordinamento delle iniziative degli enti locali. |
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