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 Novità: Forum della P.A. 2000, abstract
 
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Il patrimonio informativo della PA come servizio
I dati pubblici sono pubblici?

Il convegno vuole affrontare il problema dell'accesso e della fruizione di banche dati pubbliche (cioè gestite da Enti classificati come parte della PA, le cui finalità istituzionali generano e presuppongono l'acquisizione, la conservazione, l'elaborazione e la possibile diffusione di informazioni che rivestono interesse esterno) sia da parte di altri Enti pubblici che da parte di singoli cittadini, di organizzazioni o di imprese.

Per entrambi i tipi di utenti il problema ha più facce: l'accessibilità sia in senso proprio (favorita dal portare gli archivi cartacei in forma elettronica) sia in senso tecnico (come arrivare ad informazioni senza conoscerne l'ubicazione). Da più parti si va affermando la richiesta di rendere effettivamente pubblici i dati gestiti dagli enti pubblici, senza barriere artificiali, compresi i balzelli, non più giustificabili dal costo della tecnologia: l'onerosità dell'accesso telematico era comprensibile solo finché la vecchia tecnologia costringeva anche i fornitori di informazioni ad investimenti hardware e software proporzionali al numero dei collegamenti. Oggi non è più così.

Una distinzione possibile è quella tra informazioni ritenute primarie, essenziali, e quelle con un particolare valore aggiunto rispetto a scopi plurimi (economico-produttivi, culturali, scientifici, di ricerca applicata e non, di concertazione pubblico-privato, di programmazione delle politiche pubbliche).
Per le prime si ritiene vi sia un diritto del cittadino ad accedervi, così come un dovere dell'amministrazione fornirle gratuitamente o ad un costo marginale non foss'altro a causa del fatto che il cittadino, in qualità di contribuente, ne ha già pagato indirettamente la produzione e diffusione.

Per quanto riguarda le seconde, che rispondono, invece, ad interessi di gruppi ristretti, molti ritengono che l'accesso debba comportare un costo e che, salvo casi specifici, debba essere il mercato a determinarne l'importo.

Per alcuni, un approccio commerciale nella gestione dell'informazione pubblica, salvaguardando comunque la gratuità delle informazioni essenziali ai fini dell'esercizio dei diritti democratici, può condurre ad una selezione più adeguata tra domanda ed offerta.

Per altri, sarebbe importante classificare le informazioni in termini di costo: quelle disponibili sempre e gratuitamente; quelle disponibili previo il pagamento di una tariffa; quelle, infine, disponibili a terzi per il trattamento e la vendita, nel rispetto delle regole di concorrenza, di prodotti informativi (pubblicazioni di settore, ad es. cartografiche, ecc.). Tuttavia, stante la difficoltà di determinare prezzi standard, si potrebbe pensare ad una regola di quantificazione trasparente dei costi sostenuti dai soggetti pubblici e quindi determinare prezzi "ragionevoli" da richiedere a soggetti interessati ad un utilizzo delle informazioni pubbliche ai fini di una loro commercializzazione.

Ci si può chiedere se l'approccio "commerciale" non sia in realtà un approccio parziale, miope e controproducente: il valore aggiunto raggiungibile con i sistemi informativi è dato dalla diffusione gratuita della massima parte di informazioni disponibili, soprattutto integrando o comunque collegando fonti diverse, ognuna delle quali magari ha un valore relativamente piccolo in sé, mentre, opportunamente collegate, diventano molto più utili, favoriscono l'imprenditorialità ed arricchiscono la società nel suo insieme.

L'eliminazione degli ostacoli all'accesso può avere risultati significativi su alcuni temi rilevanti.

  • La PA si può vedere come un sistema unitario e non come un'etichetta che aggrega decine di enti indipendenti anzi -qualche volta- in lotta fra di loro

  • La PA può modificare le sue forme organizzative per privilegiare forme di lavoro cooperativo (interno ed esterno) basato su un libero interscambio di informazioni

  • La costruzione di archivi di settore può essere progettata per permettere l'accesso facilitato nel rispetto della privacy.

Il giusto principio che la privacy vada garantita viene spesso utilizzato in modo improprio (in particolare per le anagrafi). Si rischia di difendere, in realtà, il potere di conservare le informazioni, e non i diritti di riservatezza del cittadino o dell'impresa.

Sembra necessaria un'azione decisa per affermare, di diritto e di fatto, il principio di pubblicità del dato pubblico, quantomeno fra pubbliche amministrazioni, con la piena condivisione degli archivi. E' accettabile la posizione espressa da qualche sindaco in sede ANCI di tenersi strette le proprie anagrafi, perché - dicono - quella è loro competenza e quindi non si passa niente ai livelli superiori?

E' poi da sottolineare il rischio attuale legato alla nuova tecnologia di carte elettroniche. La carta può essere vista come una tecnologia unificante, ma l'unitarietà è una scelta organizzativa prima che tecnica: se ogni Ente, per propri motivi, non accetterà di condividere lo strumento con altri avremo un proliferare di carte (tecnicamente tutte uguali) ed un proliferare di reti di diffusione e controllo delle carte stesse, con buona pace della Rete Unitaria.

Più in generale, si deve affrontare il problema della possibilità di realizzare la riforma Bassanini senza un'azione decisa per decentrare e collegare le banche dati pubbliche.

Il decentramento amministrativo obbliga all'idea di costruire, magari faticosamente, una logica di sistema unitario. Manca purtroppo ancora una regia complessiva a livello centrale del processo di costruzione decentrata e territoriale dei sistemi informativi.

L'accesso alle informazioni è un bene prezioso ma il suo valore sta nell'essere messo a disposizione di chiunque ne abbia bisogno senza restrizioni (se non di privacy, ma con le accortezze dette prima) per evitare inutili anzi dannose duplicazioni, errori, facilonerie.

Ultimo rilevante problema: la diffusione di informazioni da parte di entità complesse come le amministrazioni pubbliche non può prescindere dalla disponibilità di cataloghi o guide di orientamento alle fonti di informazione. In questo senso è necessario un grande sforzo di armonizzazione delle identificazioni e delle nomenclature. Per quanto concerne il procedimento migliore per effettuare tale raccolta si possono prevedere tre differenti modalità:

  1. Internet, eventualmente con la creazione di appositi "Portali " che agevolino l'accesso sia ai dati che ai meta-dati delle pubbliche amministrazioni;

  2. la raccolta di meta-dati per settore in formato elettronico che abbia all'interno di ogni area d'interesse un motore di ricerca in grado d'indirizzare tramite parole chiave opportunamente armonizzate;

  3. l'ultima, infine, prevede una griglia logica (catalogo generale + cataloghi specifici) che si fondi su tipologie d'interessi, categorie di contenuti, fonti e soggetti pubblici produttori di informazioni, procedure (formali e di fatto) di accesso, reti e connessioni attraverso menu e richiami (links).

Quindi, in una visione unitaria della PA, il problema è definire uniformemente le categorie di contenuto che sono il patrimonio comune dell'informazione del settore pubblico.

Oggi ci sono tutte le premesse per avviare un progetto operativo, con la previsione di tempi, risorse disponibili e soggetti attuatori.


 
   
   
 
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