Il patrimonio informativo della PA come servizio
I dati pubblici sono pubblici?
Il convegno vuole affrontare il problema dell'accesso e della
fruizione di banche dati pubbliche (cioè gestite da Enti
classificati come parte della PA, le cui finalità istituzionali
generano e presuppongono l'acquisizione, la conservazione, l'elaborazione
e la possibile diffusione di informazioni che rivestono interesse
esterno) sia da parte di altri Enti pubblici che da parte di singoli
cittadini, di organizzazioni o di imprese.
Per entrambi i tipi di utenti il problema ha più facce:
l'accessibilità sia in senso proprio (favorita dal
portare gli archivi cartacei in forma elettronica) sia in senso
tecnico (come arrivare ad informazioni senza conoscerne l'ubicazione).
Da più parti si va affermando la richiesta di rendere effettivamente
pubblici i dati gestiti dagli enti pubblici, senza barriere artificiali,
compresi i balzelli, non più giustificabili dal costo della
tecnologia: l'onerosità dell'accesso telematico era comprensibile
solo finché la vecchia tecnologia costringeva anche i fornitori
di informazioni ad investimenti hardware e software proporzionali
al numero dei collegamenti. Oggi non è più così.
Una distinzione possibile è quella tra informazioni
ritenute primarie, essenziali, e quelle con un particolare
valore aggiunto rispetto a scopi plurimi (economico-produttivi,
culturali, scientifici, di ricerca applicata e non, di concertazione
pubblico-privato, di programmazione delle politiche pubbliche).
Per le prime si ritiene vi sia un diritto del cittadino ad accedervi,
così come un dovere dell'amministrazione fornirle gratuitamente
o ad un costo marginale non foss'altro a causa del fatto che il
cittadino, in qualità di contribuente, ne ha già pagato
indirettamente la produzione e diffusione.
Per quanto riguarda le seconde, che rispondono, invece, ad interessi
di gruppi ristretti, molti ritengono che l'accesso debba comportare
un costo e che, salvo casi specifici, debba essere il mercato a
determinarne l'importo.
Per alcuni, un approccio commerciale nella gestione dell'informazione
pubblica, salvaguardando comunque la gratuità delle informazioni
essenziali ai fini dell'esercizio dei diritti democratici, può
condurre ad una selezione più adeguata tra domanda ed offerta.
Per altri, sarebbe importante classificare le informazioni in termini
di costo: quelle disponibili sempre e gratuitamente; quelle disponibili
previo il pagamento di una tariffa; quelle, infine, disponibili
a terzi per il trattamento e la vendita, nel rispetto delle regole
di concorrenza, di prodotti informativi (pubblicazioni di settore,
ad es. cartografiche, ecc.). Tuttavia, stante la difficoltà
di determinare prezzi standard, si potrebbe pensare ad una regola
di quantificazione trasparente dei costi sostenuti dai soggetti
pubblici e quindi determinare prezzi "ragionevoli" da
richiedere a soggetti interessati ad un utilizzo delle informazioni
pubbliche ai fini di una loro commercializzazione.
Ci si può chiedere se l'approccio "commerciale"
non sia in realtà un approccio parziale, miope e controproducente:
il valore aggiunto raggiungibile con i sistemi informativi è
dato dalla diffusione gratuita della massima parte di informazioni
disponibili, soprattutto integrando o comunque collegando fonti
diverse, ognuna delle quali magari ha un valore relativamente
piccolo in sé, mentre, opportunamente collegate, diventano
molto più utili, favoriscono l'imprenditorialità ed
arricchiscono la società nel suo insieme.
L'eliminazione degli ostacoli all'accesso può avere risultati
significativi su alcuni temi rilevanti.
Il giusto principio che la privacy vada garantita viene spesso
utilizzato in modo improprio (in particolare per le anagrafi). Si
rischia di difendere, in realtà, il potere di conservare
le informazioni, e non i diritti di riservatezza del cittadino o
dell'impresa.
Sembra necessaria un'azione decisa per affermare, di diritto e
di fatto, il principio di pubblicità del dato pubblico, quantomeno
fra pubbliche amministrazioni, con la piena condivisione degli
archivi. E' accettabile la posizione espressa da qualche sindaco
in sede ANCI di tenersi strette le proprie anagrafi, perché
- dicono - quella è loro competenza e quindi non si passa
niente ai livelli superiori?
E' poi da sottolineare il rischio attuale legato alla nuova
tecnologia di carte elettroniche. La carta può essere
vista come una tecnologia unificante, ma l'unitarietà è
una scelta organizzativa prima che tecnica: se ogni Ente, per propri
motivi, non accetterà di condividere lo strumento con altri
avremo un proliferare di carte (tecnicamente tutte uguali) ed un
proliferare di reti di diffusione e controllo delle carte stesse,
con buona pace della Rete Unitaria.
Più in generale, si deve affrontare il problema della possibilità
di realizzare la riforma Bassanini senza un'azione decisa
per decentrare e collegare le banche dati pubbliche.
Il decentramento amministrativo obbliga all'idea di costruire,
magari faticosamente, una logica di sistema unitario. Manca purtroppo
ancora una regia complessiva a livello centrale del processo
di costruzione decentrata e territoriale dei sistemi informativi.
L'accesso alle informazioni è un bene prezioso ma il suo
valore sta nell'essere messo a disposizione di chiunque ne abbia
bisogno senza restrizioni (se non di privacy, ma con le accortezze
dette prima) per evitare inutili anzi dannose duplicazioni, errori,
facilonerie.
Ultimo rilevante problema: la diffusione di informazioni da parte
di entità complesse come le amministrazioni pubbliche non
può prescindere dalla disponibilità di cataloghi
o guide di orientamento alle fonti di informazione. In questo
senso è necessario un grande sforzo di armonizzazione delle
identificazioni e delle nomenclature. Per quanto concerne il procedimento
migliore per effettuare tale raccolta si possono prevedere tre differenti
modalità: