(Dal Sole 24 Ore del 14 agosto 2000)
Dai ministri al Garante: tutti impegnati per creare una casa di
vetro
Rimasta per vent'anni lettera morta, la legge 15 del 1968 è
stata rivitalizzata proprio dalla legge 241 che ha addirittura previsto
l'obbligo per gli uffici di procurarsi da soli tutti i dati e le informazioni
riguardanti l'utente in possesso anche di altre amministrazioni.
Da ultimo, lo statuto del contribuente, legge dello Stato da circa
un
mese, fa propri e sviluppa ancor più i principi della trasparenza.
La legge
annuale di semplificazione, che il Parlamento dovrebbe approvare in
autunno, ridisegna un meccanismo di semplificazione disciplinato dalla
legge 241 che fino a oggi non ha funzionato a dovere: la conferenza
dei
servizi, che costringe i vari uffici e amministrazioni a riunirsi
e deliberare
tutti insieme, saltando così la trafila burocratica tradizionale.
Ispiratori delle iniziative parlamentari e redattori di numerosi
regolamenti
attuativi e circolari applicative della legge 241, sono stati in questo
decennio i vari ministri succedutesi alla guida del dipartimento per
la
Funzione pubblica (tra i quali Sabino Cassese, Franco Frattini, Franco
Bassanini). Uno dei pochi terreni oggetto, non già di scontro
frontale,
bensì di politiche condivise, è stato proprio quello
della trasparenza
amministrativa. Paladino della legge 241 si è rivelato poi
il Garante della
privacy, custode della riservatezza dei cittadini. Molte pubbliche
amministrazioni hanno tentato di usare la legge sulla privacy come
un'occasione per richiudere archivi e cassetti. Operazione fallita
grazie al
Garante che ha chiarito come la legge 675 del 1996 sulla privacy non
ripristina il segreto d'ufficio, circoscritto ormai a pochi casi.
Anche i Tar e il Consiglio di Stato hanno contribuito a garantire
l'accessibilità ai documenti amministrativi di fronte a dinieghi
pretestuosi
dell'amministrazione. Si è ormai formata al riguardo una casistica
giurisprudenziale tale da costituire una barriera sufficientemente
elevata
contro tendenze regressive. Il ruolo dei giudici amministrativi diventa
ancor più delicato ora che la recente riforma del processo
amministrativo
(legge 21 luglio 2000 n. 205), non richiede più l'assistenza
obbligatoria di
un avvocato nei ricorsi contro il diniego di accesso. Più in
generale, i
giudici amministrativi hanno interpretato in modo equilibrato la legge
241
che, in mano agli avvocati, poteva essere fonte inesauribile di vizi
formali
dei provvedimenti amministrativi. In più, dopo che un anno
fa la Corte di
cassazione ha infranto il muro della non risarcibilità dei
cosiddetti
interessi legittimi, un altro istituto introdotto dalla legge 241
è munito ora
di maggiore effettività: il diritto al rispetto dei termini
previsti per
l'emanazione di autorizzazioni, licenze, nullaosta e simili. I ritardi
potranno costare cari alle amministrazioni inerti e negligenti.
Un altro fattore che ha favorito l'applicazione della legge 241
è il ricambio
generazionale della burocrazia. Una base minima di consenso all'interno
delle amministrazioni è infatti indispensabile per attuare
qualsiasi
riforma. Le nuove leve di funzionari, con una formazione più
aperta e
moderna, hanno saputo cogliere non solo i rischi ma anche le
opportunità offerte dalla legge 241. La partecipazione del
cittadino al
procedimento, la ricerca del consenso preventivo dei destinatari dei
provvedimenti da formalizzare in veri e propri accordi, la diffusione
di
informazioni, sono tutti strumenti per migliorare la qualità
delle decisioni
amministrative anche in termini di accettazione sociale.
Solo belle parole? Non proprio. Il grado di civiltà di un
Paese si misura
anche sul rispetto e sulla fiducia reciproca tra funzionari pubblici
e
cittadini. La legge 241 ha determinato una spinta forte in questa
direzione. Molto resta ancora da fare. Per completare la riconversione
culturale occorreranno ancora altri anni. Un decennio è infatti
troppo
poco per sradicare del tutto vizi antichi della nostra burocrazia.
Marcello Clarich