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Convegno Relazione introduttiva di GIOVANNI FERRERO Il sistema economico premia: l'ampiezza e l'estensione dei processi (globalizzazione), la loro complessità (numero utenti e ricchezza di contenuti), la loro velocità (velocità di connessione, ma soprattutto di crescita), la specificità del messaggio. Il governo del processo [decisionale] avviene sempre più attraverso la negoziazione tra soggetti, in modo molto più trasparente che in passato, e con un ruolo forte degli utenti. E' arbitraria, ma certo suggestiva, l'analogia tra la cultura della Rete ed alcune ipotesi di valorizzazione delle comunità locali affacciatesi in passato: Stato unitario, la Costituente, le Regioni, i Comprensori (momento di ricerca di una forma di organizzazione pubblica non formale). La qualità (del processo) dipende fortemente da:
Le possibilità di accesso vanno garantite senza andare a detrimento dei principi della privacy. Ma l'accesso a un servizio [informativo] non è più possesso di beni bensì uno scenario che rilancia il servizio universale. La privacy si può anche vedere come un modo per assegnare un valore alla informazione di cui si dispone. Peraltro il potere (cioè la forza di un sistema di relazioni) non è sempre misurato in termini di quantità di informazione detenuta e di abilitazione ad accedere alla informazione altrui? In altri termini, il problema della privacy non si pone soltanto come tutela degli individui, ma ha molte altre ripercussioni, tra le quali il tentativo di costruire un mercato e di assegnare un valore alle informazioni di cui si dispone. Ciò è sicuramente complicato dal fatto che oggi i meccanismi di trasparenza sono sempre più forti e, accanto ad essi, stanno aumentando i meccanismi di conservazione del valore, dal momento che è chiaro che, se dieci utenti non generano alcun valore, mille volte dieci utenti determinano invece un grande valore. E' evidente che il poterli gestire non è soltanto un discorso tecnologico, ma è un tentativo di costituire un rapporto privilegiato [con il proprio pubblico] per generare, per i gestori dell'informazione, delle forme di moltiplicazione del valore, che va assolutamente al di là della somma aritmetica dei singoli. Quindi il discorso della trasparenza della società, in cui non costa nulla riscuotere e replicare, è un meccanismo che ha meno facilità di trovare un equilibrio tradizionale di mercato. Noi abbiamo leggi [fortemente] innovative sulla trasparenza e vi è un consenso diffuso sull'effetto economico [di questo]; questa mattina [al Convegno di apertura con il Sen. Passigli e il Min. Bassanini] tutti hanno ribadito l'effetto economico che deriverebbe alla nostra economia dalla messa in rete di tutte le informazioni prodotte dalla pubblica amministrazione. Abbiamo anche una situazione non semplice, perché c'è un complesso di norme tale che esse sono assai difficilmente conoscibili da parte dei funzionari pubblici, e ancor più, di conseguenza, difficilmente attuabili. C'è la preoccupazione (cosa che può sollevare opinioni con sfumature diverse) che si possa arrivare ad un mercato delle informazioni definibile, con un termine magari un po' forte, "clandestino". Cosa vuol dire "clandestino"? Vuol dire che, per esempio, se si prova a cercare su Internet il domicilio di una persona [malgrado sia teoricamente proibito] lo si trova. E' vero che non vengono più dati, come faceva la Telecom un tempo, gli elenchi per strade, ma ci sono siti che hanno caricato i dati degli indirizzi associandoli ai nomi e poi, creando una lista invertita con l'indirizzo come chiave d'accesso, permettono di arrivare assai facilmente a sapere chi abiti in un dato numero civico. Le corporazioni sostengono che sia un ricatto alla crescita di nuove competenze, ma la cosa va vista nell'insieme: una società non funziona bene se è fatta solo di Stato o di Ente-stato; esistono organizzazioni sociali che generano una catena di intermediazioni: il rischio è che la difesa di situazioni troppo diverse dalla competizione internazionale, che si sta scatenando sui mercati, generi l'illusione, in molte competenze professionali, che si possa ancora mantenere un governo di un'economia [nazionale] separato da quello europeo. La realtà dell'Italia invece deve diventare l'Europa. Il vero rischio non è astratto: l'arretratezza, è che il mantenimento di condizioni di tutela, finirà per illudere intere componenti del nostro paese, culturalmente e socialmente anche non povere, che la loro rendita di posizione non verrà messa in discussione. C'è timore che, ad esempio, lo Stato Italiano (bravo o no in materia di cartografia) non impedirà alle multinazionali (né potrebbe farlo poiché il mercato globale esiste), di venire in Italia, usando i satelliti per produrre e vendere eccellenti carte. Una volta invece, poteva non essere così. Ci si trova quindi di fronte ad uno scenario molto complesso: da un lato la "sparizione" [delle cose inutili ] dello Stato. È pure giusto cancellare le procedure inutili, ma questo non ha nulla a che vedere con i problemi di accessibilità: non si può moltiplicare il numero di pratiche per avere più pratiche a cui accedere. Sarebbe meglio avere meno pratiche con un contenuto informativo più denso. È altrettanto materia di discussione se i soggetti esterni [alla PA] costino di meno. Per esempio sarebbe interessante sottolineare quanto pesa, in una polizza vita, la quota che l'assicurazione trattiene per i propri costi [di gestione] e su qual è il costo della gestione di alcuni processi informativi degli enti locali. Sarebbe necessario raccogliere alcuni dati [realistici e precisi]. Epperò sono disponibili alcuni dati estremi: alcune gestioni per grandi Comuni costano meno del 10% dei costi diretti, mentre per certe polizze la quota che le assicurazioni [usano per coprire i propri costi] è del 50%. Togliere le cose inutili, non determina automaticamente che "si vada fuori" e che questo [sia necessariamente] meglio: è necessario valutare, e immaginare di "entrare con i piedi nel piatto": ad esempio il fisco in qualche caso riesce nel determinare il nuovo domicilio di un cittadino trasferito, mentre in altri casi ciò non è in grado di farlo, anche per spostamenti [territorialmente] limitati. Un rapporto con le anagrafi comunali è presente, perché è evidente che i dati personali sono trattati, nel interesse del cittadino, talvolta con soddisfazione. Mettere i piedi nel piatto significa cominciare a descrivere cosa avviene realmente, che è ben più complicato di quanto non si creda: non è vero che non ci sia interscambio, che gli archivi siano blindati; ma non è nemmeno vero che, in via generale, all'interno della pubblica amministrazione esista un meccanismo di interscambio trasparente. Ci si trova in una situazione in cui ci sono spinte anche contrastanti, preoccupazioni legittime e diverse, ricette per uscire da una situazione di tipo relativamente "casuale" e non trasparente, non nota, per definire delle regole che siano accettabili e conosciute e che quindi [ci permette di sopravvivere in] un equilibrio ragionevole. Il problema fondamentale è quello dell'interscambio di dati fra la pubbliche amministrazione, il che è analogo ai processi di e-commerce, [tanto che] il ministro Bassanini vorrebbe che il tema dell'e-government fosse il tema principale del forum del prossimo anno. Non c'è dubbio che i mercati globali in cui ci si trova immersi utilizzino pesantemente il paradigma dell'e-commerce e che oggi gli investimenti non siano ancora business-to-consumer. (Lo sono solo parzialmente: i grandi investimenti sono per costruire grandi catene del valore business-to-business, che è lo stesso modello di interscambio che la Cisco ha con i router in ambito internet) Il costo culturale ed economico richiesto per cambiare è il vero investimento per il futuro: il problema, che si pone, non si misura in numero dei computer, in megabyte o in collegamenti reti, ma nel come cambiare la testa delle persone. È un dibattito molto complesso. Prima di definire un processo è necessario definire un percorso, tra dibattito teorico e ciò che si può fare concretamente c'è ancora una distanza. La realtà del comportamento di alcuni apparati pubblici non richiede ancora che si affrontino questi temi. Per alcuni, il controllo privatistico dell'informazione prescinde dal suo contenuto di privacy, è un altro il dato culturale, si può fare molta strada prima di riscontrare serie difficoltà. Rendere disponibili dati è cosa applicabile a diverse categorie: la diffusione dell'uso della rete può rendere inutile un determinato processo; un processo d'interscambio efficiente ottimizza; le funzioni ottimizzate tendono a cancellare le cose inutili: può capitare che il processo in oggetto in alcuni casi abbia come obiettivo il rendere l'informazione disponibile magari a nessuno [perché magari non interessa nessuno]. Con questa verifica si può arrivare a cancellare un processo che prima era ritenuto indispensabile. La carta e i sistemi informativi non hanno gli stessi paradigmi né è detto che si debba usare l'informatica per ricopiare le cose che si fanno a mano. È possibile mettere a disposizione informazioni istituzionali
dell'ente, renderle disponibili all'interessato e ad altre pubbliche amministrazioni,
mentre la cosa è più complessa quando ci si rivolge ad altri
soggetti che non siano pubblici o dello stato, oppure quando si vogliono
rendere le informazioni disponibili a tutti. Il catalogo unico SBN, ad esempio, ha un enorme valore, così come le procedure di affidamento dei lavori pubblici; i meccanismi che rendono accessibili determinati contenuti informativi hanno un valore economico indotto straordinario, anche se apparentemente non sembrano generare entrate, esse determinano flussi economici il cui risultato è veramente straordinario. Anche i meccanismi che aumentano la trasparenza sono processi in alcuni casi resi pubblici con grandi benefici; anche le banche di dati [geografici e topografici]: il mettere a disposizione in ogni ente i singoli fogli significa favorire un meccanismo di standardizzazione, significa che l'intera società utilizza la stessa base di dati, significa spostare il ruolo dei professionisti da semplici intermediari a progettisti: significa costruire una catena del valore che va molto al di là del mancato guadagno della pubblica amministrazione nella vendita delle carte; significa capire che il fine della pubblica amministrazione è di incassare in modo equo le tasse e non vendere cartine. Non sono state create le regioni, i comuni, lo stato, per fare concorrenza ai privati nella vendita delle carte. La catena del valore che si genera è di altro tipo: la messa in rete di molte informazioni ha avuto effetto moltiplicativo anche sull'elemento programmazione. Nell'interscambio di dati da parte dello stato, se far pagare o meno, se l'obiettivo è l'e-business e l'e-government, se il meccanismo è il business bisogna stare attenti a chi paga e a dove si incassa. Non è detto che se si paga ad ogni anello della catena si massimizza il fatturato, ci sono situazioni (internet lo dimostra) dove il regalare è il moltiplicatore di valore anche per i soggetti, [ma] far pagare significa sancire un diritto dello stato di evitare che uno "scocciatore" si presenti [agli sportelli], con un costo per ogni pratica [pari a quello] di sportello tradizionale, anche se l'aumento del numero di visure allo sportello telematico non aumenta i costi. Si deve pensare che le banche dati pubbliche siano pubbliche davvero, che ci siano degli organi di tutela della pubblica amministrazione e che [la diffusione delle] informazioni e i meccanismi [d'interscambio] vengano tradotti, nella misura del possibile, in una cooperazione istituzionale riconosciuta e non volontaristica, poiché ora avviene in modo saltuario e con processi niente affatto trasparenti. La cooperazione sarebbe la forma migliore per stroncare ogni ipotesi di mercato nero per garantire davvero delle forme di privacy. Su questo argomento ci sono molte opinioni: il governo francese esprime una serie di "must" quali "portare sul digitale" , "portare su rete", "cooperare" e impone la fondamentale costruzione di un catalogo dei dati, cioè di uno strumento che permetta ad una persona che non sia il responsabile dell'ufficio [addetto] di districarsi nella mole informativa (problema dei meta-dati e della fonte informativa ), comportando che le informazioni non siano né inutilmente ridondanti né contraddittorie. Inoltre vengono distinti i dati essenziali, cioè indispensabili all'esercizio dei diritti del cittadino e messi a disposizione gratuitamente in forma facilmente accessibile, dai dati non essenziali (comunque prodotti da strutture istituzionali) che vanno diffusi attraverso accordi di partnership, che sviluppino il circolo delle informazioni, per creare la catena del valore dando ai singoli anelli la possibilità di negoziare in termini accettabili. E poi il concetto di authority: poiché non è possibile definire regolamenti a priori, è necessario che ci sia qualcuno che decida nei casi concreti secondo i principi guida, caso per caso. Bisogna essere concreti: la tutela delle autonomie non deve portare a escludere l'Italia dal processo innovativo, bisogna evitare gli stereotipi e le posizioni aprioristiche di tipo ideologico. Se non si rendono disponibili le informazioni al più grande numero possibile di persone, se non si entra nel mondo della società dell'informazione, si avranno sempre più mercati clandestini diretti dalle multinazionali. Questo non è solo un problema italiano, ma è in generale un problema europeo. (Pagina aggiornata al 09.05.2000) |
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